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Le dimissioni del sabato sera

La berlina blu di Silvio Berlusconi avanza lentissima verso il Colle, la folla grida, piazza Venezia è blindata dalle camionette della polizia, gli indignati e le commesse si confondono in via del Corso chiedendosi cosa succede, gli accessi a palazzo Chigi sono bloccati, piazza del Quirinale è invasa da una moltitudine. Cori e clacson, che la storia bisogna lasciarla passare se si vuole andare davvero avanti. Bottiglie di spumante messe in freddo da anni che nessuno osa stappare, ocme un una festa che non decolla davvero mai, sfilacciata da troppo tempo.

Aria romana, livida e festosa, tramonto cinematografico. Incombe la notte del carnevale prima della quaresima che inevitabile ci aspetta. La scena finale, almeno così pare, troppe volte immaginata. Dall’aula di Montecitorio arrivano echi di ministre e sottosegretarie vestite a lutto, deputati col dito medio alzato, tragicomiche invettive scilipotiane, standing ovation di morituri. Chi lo conosce dice che dovendo scegliere tra la politica, l’interesse generale, e se medesimo, l’interesse delle sue aziende, Berlusconi ha fatto come sempre in questi vent’anni: ha scelto se stesso. Ha fatto due conti, poi ha contrattato sulle garanzie.  Le strade risuonano delle voci dei cronisti di tutto il mondo che annunciano la fine della farsa. Gli attribuiscono diciassette anni di potere, ma a me pare ancora di ricordare  che oltre sei sono stati di governo dei suoi avversari. Esultano come per la caduta di un dittatore, eppure le elezioni le ha sempre vinte democraticamente. Alla fine non siamo diversi dagli altri. Siamo tutti indisciplinati, come i ragazzini a scuola. Per qualche mese ora faremo finta di fare i compiti e arrivare puntuali alle interrogazioni. In questa dissonanza sta il tarlo che stanotte ci farà andare a letto vagamente soddisfatti ma mica tranquilli. Sognando anni di giornate normali, governi tecnici dello spirito, banche centrali della civiltà, commissari della decenza.

Luca Di Ciaccio • 13 novembre 2011


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