Il senso della vita
Il tennis e la solitudine vanno spesso a braccetto. Sul campo hai voglia a cercare un volto amico o uno sguardo complice, la pallina la devi colpire tu, non ci sono santi che tengono. Nessuno ha mai chiesto ad Andre Agassi se voleva giocare a tennis, lo sport in cui parli da solo, lo sport identico al pugilato, ma in cui non puoi neanche abbracciarti all’avversario prima di cadere sfinito. Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe forse sentito questa risposta: “Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco”.
Domenica Alessandro Baricco, raccontando su Repubblica uno dei suoi cinquanta libri del decennio, ha scelto proprio “Open”, la molto apprezzata biografia del tennista Agassi, una specie di romanzo di formazione impossibile e ambiguo, dove il protagonista a un certo punto si chiede “e se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?”, ed è quello che succede quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, e l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia e la finzione, fin quando almeno la coscienza regge il bluff e non comincia a scalciare e scavare, dall’interno. Non è mai facile diventare se stessi, insomma.
Puoi odiare qualcosa, e non riuscire a staccartene. Puoi attraversare vittorie e sconfitte, grandi salme cadute nella polvere, con lo stesso senso di tedio e gratuità. Spiegando questo libro, però, Baricco scrive una frase che mi sono ritagliato sul senso della vita, o quella cosa che ci piace definire tale. ”Tutto sommato – dice – l’unica cosa del libro che mi è spiaciuta è il finale. L’eroe sisposa, vince e scopre se stesso. Lieto fine, ma non è questo che mi è spiaciuto. È che l’eroe scopre il senso della vita iniziando ad occuparsi degli altri, i suoi figli innanzitutto, ma anche gli altri veri: apre una scuola per bambini che non hanno la possibilità di studiare. Volontariato. Tutti felici. Sipario. È che io non ci credo. A me risulta che la ricerca del senso è una sorta di partita a scacchi, molto dura e solitaria, e che non la si vince alzandosi dalla scacchiera e andando di là a preparare il pranzo per tutti. È ovvio che occuparsi degli altri fa bene, ed è un gesto così dannatamente giusto, e anche inevitabile, necessario: ma non mi è mai venuto da pensare che potesse c’entrare davvero con il senso della vita. Temo che il senso della vita sia estorcere la felicità a se stessi, tutto il resto è una forma di lusso dell’animo, o di miseria, dipende dai casi. Peraltro, è anche possibile che mi sbagli”.





