Tutta mia la città
Ho aspettato l’autobus per trenta minuti. L’ho visto passare e ho pensato come sempre: vabbè, l’ho perso, ma tanto adesso, questione di minuti, arriva l’altro. Ho aspettato trenta minuti, appunto. C’erano molte persone alla fermata. Alcune rassegnate, altre nevrotiche, maledicevano il sindaco, il governo, l’Atac, l’universo tutto. Stava anche per cominciare a piovere. Io nel frattempo mi sono messo a leggere. L’ultimo numero di “Scienze”. Bellissimo, lo dice pure Antonio Pascale sul Post, tutto dedicato alla città, quella attuale e quella del futuro. Dove la città è raccontata come un personaggio di un romanzo. Ogni parte è un movimento, ogni movimento ha una dinamica. E i movimenti più innovativi spesso sono quelli che nascono dal basso. A me questa idea che le città siano organismi viventi mi prende dai tempi in cui mi sono appassionato alla sociologia urbana, per via di una tesi di laurea sulle “utopie di strapaese” (in cui finii per infilare dentro il Duce, Pasolini, Berlusconi e Walt Disney). Per costruire una città bisogna saperla immaginare, scrivevo citando l’architetto centenario Oscar Niemeyer. Intendevo, e Niemeyer lo spiegava bene: il problema non è progettarla, per questo ci sono i bravi esecutori. Prima di tutto bisogna saperla pensare quando ancora non c’è: vederla nella mente, vederla prima. Sapere come sarà, che dolori e che gioie susciterà, come cambierà e come forse diventerà un’altra città ancora, un posto due volte diverso dal nulla iniziale. Immaginare e poi governare, lì siamo messi alla prova. Il pensiero utopistico, disse Colin Ward (in una citazione trovata dallo scrittore Antonio Pascale), esiste ancora ma si occupa di tre cose: la città, come e per chi la si costruisce, i bambini, come orientare per loro la città, e le automobili, come fare a prenderle il meno possibile. Per l’utopia, dunque, bisogna passare per la città. Dal basso, dalla cultura orale, dalle contaminazioni: l’unica speranza per alleviare i dolori. O le attese degli autobus, mentre leggo Scienze.
I migliori progetti vengono dal basso, si diceva. Software a piattaforma aperta che analizzano lo stato della città momento per momento, che suggeriscono ai pendolari come rientrare più velocemente, e ai cittadini come ridurre il consumo energetico in quel quartiere, e alla gente per strada come procurarsi un taxi quando un temporale si sta per abbattere e tutti i taxi sembrano di botto scomparire. O magari quando arriverà il prossimo autobus. Gente che accende Google Map sul cellulare per segnalare dove c’è più traffico. Progetti collaborativi di innovazione che nascono dentro le favelas, nonostante tutto, perché la vitalità e il dispendio di energie alla fine devono pur produrre qualcosa. Programmi di bike sharing che funzionano bene e grattacieli di ultima generazione che fanno risparmiare energie. Urbanisti che collaborano con scienziati e sociologi e intellettuali e cittadini per capire come ridurre le emissioni, come risparmiare acqua, come creare nuovi sistemi di trasporto integrato, come proteggere la salute pubblica. Tutte cose che esistono. Come i volontari dell’applicazione di previsioni meteo sul mio telefonino. Qualcuno segnala che sta piovendo. E in effetti sì, comincia a piovere.
Piove, e uno pensa che non basta aprire l’ombrello in un paese dove si muore di fame, si muore di fango, esplodono i tombini, si sgretolano le montagne addosso alle case, le strade dei centri cittadini diventano torrenti limacciosi. E’ come se un temporale all’improvviso, tra i tuoni e i lampi, fosse in grado di far venire a galla tutta l’incuria dei decenni, la mancanza di manutenzione delle cose, le cattive abitudini rimosse giorno dopo giorno perché nessuno ha voglia di pensarci, specialmente quando nel resto dei giorni c’è il sole. I temporali, che di notte, nel caldo tepore dei letti, a me fanno venire a galla i cattivi pensieri che invano avevo provato a scacciare, all’alba nelle strade delle città italiane fanno venire fuori tutte quelle arretratezze a cui negli altri giorni di s’era fatto finta di non guardare, polvere messa per anni sotto il tappeto dell’incuria e del quieto vivere e che ora rigurgita dai tombini sotto forma di fango. “C’è più rabbia tra gli alluvionati che tra i licenziati” notava Michele Serra in sua Amaca su Repubblica.
Due anni fa, nel 2008, anche se quasi nessuno se n’è accorto, è successo che a quasi quindicimila anni dall’inizio del processo di sedentarizzazione delle comunità umane, gli abitanti delle città hanno superato per la prima volta quelli delle aree rurali. E secondo le proiezioni delle Nazioni Unite nel 2050 due abitanti della Terra su tre vivranno in città. E già oggi – leggo – ci sono in Cina almeno cento città che superano il milione di abitanti cadauna, e alcune vere e proprie megalopoli. Migliaia di grattacieli e centinaia di metropoli in costruzione ovunque, anche nel deserto e sugli altopiani dell’Himalaya, e la più numerosa popolazione del mondo per la prima volta tenuta al guinzaglio non con la paura politica, ma con l’incubo dei mutui per la casa e l’auto. Città di cui noi, da questa parte del mondo, sappiamo poco o nulla. Quale cultura, quale ambizione, quale spirito le anima. Quale storia le riempirà. Quale immaginazione le sta facendo nascere.
Invece, in questo grande paese, bloccato, che costruisce su macerie romane (come la foto di Luca Molinari qui, le villette sull’antica strada romana, dalle parti di Caserta, bellissima e malinconica) sembra non si possa essere utopistici, solo perché non si bada alla città. Una città piena di persone alla fermata dell’autobus che si chiedono quando passerà l’autobus, una città ferma, bloccata dal traffico, in un Paese zavorrato come uno stivale pieno di macerie, bloccato da molti crampi e da poca immaginazione. Così, quando l’ho visto, il vecchio autobus che arrivava, ho alzato il braccio, quasi esultando: arriva! Arriva! Siamo saliti tutti sopra, al riparo dalla pioggia, e c’è passata pure l’indignazione.





