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Sacrifici

La parola su cui, a un certo punto della conferenza stampa sulla manovra finanziaria, si è inceppata il ministro Elsa Fornero era “sacrifici”. Il ministro era arrivata al punto in cui a milioni di pensionati era richiesto di accettare, tanto per cambiare, la miseria di quei quattro soldi che già ricevono, e anche meno, e non ce l’ha fatta più. Ha accennato un breve, mesto sorriso e dopo aver fatto un richiamo al “costo psicologico” di questa decisione, è parsa prendere fiato, ha spalancato gli occhi, ha detto che era necessario “chiedere un…” ma quella parola le si era bloccata in gola e scuotendo leggermente il capo, no, no, non riusciva proprio a dirla.  Accanto, il presidente del consiglio Mario Monti sembrava addirittura seccato. L’ha detta lui quella parola e ha proseguito.

Sacrifici. Parola nobile, dal latino sacrificium, sacre più facere, ovvero “rendere sacro”. Sacrifici. Parola ipocrita nella lingua del potere,  perché i sacrifici, più che chiesti, vengono imposti, e chi li impone quasi mai ne paga lo stesso prezzo. E mentre dalle case, davanti alla tivù, i cittadini ascoltano e fanno i conti, riducendo speranze, deludendo aspettative, in nome di un “lungo orizzonte” per cui qualcuno deve avere sbagliato i calcoli, lì nel palazzo del governo, davanti alle telecamere occorre recitare qualcuna delle solite frasi fatte, o qualche parola antica e spaventosa, per cavarsela davanti ai giornalisti, e passare sopra alla vita vera di tanta gente. Ma i sacrifici, ha aggiunto poco dopo un altro ministro, saranno “equi”. Nel sentirlo in molti hanno pensato al significato di quell’aggettivo: è equo che paghino gli altri, mentre è iniquo che paghi io.  Così il pianto – sincero – di un ministro che pare un professore di un esame cui non siamo preparati rivela la tensione, il sentirsi sconfitti, la strozzatura tra le teorie e la pratica quando alla fine c’è da salvare la baracca e pagano sempre gli stessi, e forse bisognerà ricordare a chi mettere in conto tutto questo.

Luca Di Ciaccio • 5 dicembre 2011


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