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Gli anni dell’università

Un’aria molle e grigia quasi nasconde il punto in cui viale dell’Università incrocia viale delle Scienze.  Poi, davanti alle colonne massicce dell’ingresso mi investe la solita nostalgia. Senza nessuna ragione precisa. Senza nessuna ragione seria. Chi non è mai stato qui si riconosce dall’impaccio con cui prende confidenza con i luoghi. Deferente e spaesato, domanda, si informa. Come i genitori che arrivano in marcia verso la sale dove i loro figli discuteranno la laurea, scrutando i professori senza dare nell’occhio, “ma è lui?” chiedono, non sembra cattivo, pensano, comunque non lo sarà con mio figlio. Come le aspiranti matricole, ragazzi e ragazze stretti nelle spalle, in cerca dei foglietti per stanze da affittare in nero a quattrocento più spese, e di un passaporto per entrare nell’età adulta, coi genitori a fare da ammortizzatori sociali.

Poi io il primo giorno di università, a Roma, alla Sapienza, mi ritrovai in fila davanti a un cinema in una giornata di pioggia, un cinema con le insegne in plastica blu e gialla, il pavimento lucido, e la ressa di comunicatori immaginari, pronti a volare felici, tra l’esaltazione e il degrado. “Il tempo delle cavie” era il nome di un piccolo comitato studentesco che fondammo qualche mese dopo. Fuorisede, fuoricorso. In quale epoca pensavamo di entrare? Hanno, alcuni dormito sui pavimenti freddi dell’aula magna non per un’occupazione ma solo perché avevano perso il lucchetto del cancello d’ingresso della facoltà, per colpa di un professore sbadato. Si sono, alcuni di noi, trascinati dietro quelli che arrivavano dal sud, coi pantaloni stirati e i capelli con la riga a destra, aspettando di vederglieli crescere disordinati. Hanno, alcuni di noi, sedati attacchi di panico a ragazze in fila per l’esame. E altri hanno urlato nei megafoni cose che non ricordano più.

Perché poi si cresceva. I gruppi si scioglievano. Quello che racconta Paolo Di Paolo nel suo romanzo “Dove eravate tutti”: il tempo che comincia a passare in modo strano, diverso, e a correre. Scusate, io stasera non vengo, tra pochi giorni ho un esame, non ce la faccio proprio, ma come, un esame? ma se fino a qualche mese fa non te ne fregava niente, Eh lo so, sto troppo indietro però. “Quella zona anagrafica che si chiamava vent’anni – scrive Di Paolo – era così spaziosa, c’era posto per tutto, ma adesso le cose cambiavano”. Qualcuno faceva il conto degli esami che restavano prima di poter chiedere una tesi qualunque (“Ma di quante pagine dev’essere?”). Qualcuno si era già ritirato per tempo, o era passato a prendersi una laurea breve in Fisioterapia. Per qualcuno era cominciata la vita vera, o era arrivato un bambino, anche non volendolo troppo. Qualcuno aveva abbandonato il buio delle salette di teatro da due soldi, qualcuno aveva imparato a cucinare seriamente, rinnegando anni di pasta al tonno. Qualcuno aveva cominciato a scappare.

“E tu quando ti laurei?” mi sentivo chiedere con gentilezza, mentre io pensavo che dovevo trovare un modo. Un modo per uscirne. Ciascuno aveva il suo. Non voluto. Trovato. A volte per caso, altre per necessità. Scappavano quelli che cambiavano case quattro volte all’anno. Scappavano quelli che pianificavano viaggi all’estero, compilando curriculum a vuoto. Scappavano quelli che restavano a vita nelle stesse case delle stesse periferie con gli stessi discount affollati di immigrati, come loro. Scappavamo perché non volevamo crederci. I conti non ci tornavamo. Ci avevano assicurato che, e invece. Poteva capitare di alzare la testa dalle pagine di un libro sottolineato riga per riga, in modo da non capire più cosa fosse davvero importante, poteva capitare di guardarsi intorno e ritrovarsi nella stessa stanza della propria infanzia, che ci faccio qui, dov’è l’uscita. E intravedere gli stessi poster, gli stessi pupazzi, le stesse madri solo più vecchie di prima, che lavano i calzini, chiedono se resti a cena, si informano su quanti esami pensi di dare in questa sessione, e su quando pensi di finire. Come se finire significasse davvero qualcosa, portasse davvero a qualcosa. I libri erano aperti e la testa vuota. Fuori si faceva sera e mi chiedevo cosa avevo fatto finora, se per caso avessi dormito.

Luca Di Ciaccio • 14 dicembre 2011


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