Bocca
Quel Giorgio Bocca che oggi è morto a novantun’anni era un uomo d’altri tempi, si capiva, uno a cui piaceva il barolo duro come una fucilata, in un’epoca che venera le barrique. Dopo che mi avevano regalato alcuni dei suoi ultimi libri, sempre intrisi di pessimismo e catastrofe, di annus horribilis e bassi imperi, carichi di pregiudizi e partiti presi, m’ero andato da solo a ripescare le sue prime inchieste sul potere, i suoi racconti di giovinezza partigiana sulle montagne e di vita adulta da provinciale in città. Era come se dietro quelle pagine ci fosse il rumore di uno che batteva a macchina furiosamente, una successione di sillabe che era come parlare dentro un vecchio registratore, con l’ausilio di qualche libro letto, di un codice sempre tradito, di una passione carica di narcisismo e di voglia di farcela.
“Allora – raccontò poi, una volta sopravvissuto a se stesso – quando giravo l’Italia per le mie inchieste, mi ero quasi convinto di essere uno che incuteva paura ai potenti, che poteva dirgli in faccia quel che pensava di loro. La megalomania dei giornalisti è quasi sopportabile nella sua ingenuità. La verità è che ero il giornalista di Enrico Mattei, del potentissimo Eni con cui i padroni del vapore dovevano fare i conti”. Ma quando uno muore stecchito, specialmente se anziano e venerato, si ritrova esposto a tutte le bolsaggini, alle tonnellate di retorica favorevole o contraria. Bocca per esempio ne aveva scritte tante, gli stavano sul cazzo i meridionali e un certo tipo di frocitudine, aveva preso delle cantonate sulle Brigate Rosse e insultato Sciascia trattandolo come una specie di mafioso. Un mio amico su Facebook si lamenta che basta niente per commettere un reato di lesa santificazione, che approfondire e cercare di portare fuori ombre di chi sembra avvolto solo di luci diviene scomodo. Il fatto, ha ragione, è che noi non abbiamo cultura critica. Gli rispondo che è vero, ma non deve preoccuparsene più di tanto, io semmai ad ogni morto illustre vedo la metà dei miei contatti sull’internet che si mettono subito a farne le pulci o farci delle battute, si tratta semmai di conformismi uguali e contrari, e c’è chi già rimpiange la dittatura della santificazione con lo stesso spirito con cui si rimpiangono tutte le vecchie ipocrisie, che almeno avevano il pregio dell’automoderazione. Ma ci stiamo abituando a fare i tifosi, a discutere sempre come fossimo nello studio del processo del lunedì. Ripenso a quanto si somigliano gli anti e gli arci italiani, nelle fotine sopra le rubriche dei giornali del mese prima o accanto ai loro profili dell’internet, sempre pronti a maltrattare e a servire, a scassare e compiacere.
Vittorio Zambardino racconta sul suo blog di quella volta che incontrò Giorgio Bocca, era la seconda metà degli anni Settanta. Bocca era il grande inviato del grande giornale nazionale, lui, giovanissimo, faceva l’addetto stampa del primo sindaco comunista di Napoli, Maurizio Valenzi. Bocca, per loro, era un mito e un autentico terrore: arrivava in ognuna delle grandi crisi, restava in città poche ore, tra un rapido della mattina e uno di fine pomeriggio. Un giorno si presentò anche da lui: “mi feci in quattro, c’era un mio mito professionale proprio lì davanti a me, gli diedi una borsa di carte, di documenti, cercai di fargli capire la complessità di ciò che si muoveva dietro i soliti disoccupati all’attacco degli autobus o quel che era”. Il giorno dopo, sul giornale del mattino, lesse il pezzo, non era nemmeno malissimo, ma si capiva che chi l’aveva scritto non aveva letto niente di quello che gli era stato dato, non aveva ascoltato niente nemmeno di ciò che gli era stato detto. Il sindaco Valenzi, un comunista liberale, già allora amico di Napolitano e Amendola, vedendolo deluso gli fece un sorriso paterno. “Sei proprio ragazzo – disse -non lo sai che quelli vogliono un discorso pronto? Che semplificano per mestiere? Non se le studierà mai quelle carte, forse le avrà pure lasciate in treno perché gli pesavano”.





