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Ciano e i dieci anni di Tmo. “Sì, ho fatto come Berlusconi”

Incontro Antonio Ciano la mattina di Natale a Gaeta, sotto un sole gelido, e la prima cosa che gli chiedo è se è vera o no quella leggenda che lui avrebbe fatto nascere la sua televisione la notte del 24 dicembre del duemilauno, giusto dieci anni fa. E chi ti credevi di essere, Gesù Cristo? Lui ha già cominciato a scaricare i suoi pallettoni verbali, contro i Savoia, contro i suoi ex compagni comunisti di partito, contro il “massone di mezza tacca” Berlusconi e il “massone da una tacca e mezza” Monti, contro i consiglieri comunali di opposizione, contro i tedeschi e contro la Rai. Si ferma, mi guarda con quella sua solita faccia da pirata della filubusta, e risponde: “E che, secondo te ti raccontavo una cazzata?”.

La televisione è una malattia, pure in provincia, lui senza telecamera non ci sa stare, me l’accende sotto il naso anche se sono venuto io a intervistare lui, senza nemmeno chiedermi permesso, così a me tocca arrivare subito al punto. Anto’, qui c’è una cosa che pensiamo tutti: volevi combattere Berlusconi coi mezzi di Berlusconi, e alla fine sei diventato quasi come lui. “Ma che dici? La mia è stata legittima difesa”. Hai usato la televisione per la tua scalata sociale e politica, hai preso un semi-sconosciuto cugino italoamericano e lo hai fatto diventare sindaco, e hai avuto la tua poltrona da assessore. “Ma quale poltrona? Io sto sempre in giro, al Comune non tengo manco un ufficio. E comunque se è questo che vuoi dire lo ammetto, ho fatto come Berlusconi. Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Io ho usato Tele Monte Orlando. Ho visto che Berlusconi con le televisioni ha conquistato una nazione, e mi sono detto: perché non possiamo farlo pure a Gaeta? L’abbiamo fatto, e ci siamo riusciti. E così abbiamo salvato a Gaeta, non lo dicevi pure tu che questa città stava andando a fondo?”.

Sì, lo dicevo e vi seguivo, perché voi con Tmo eravate riusciti a dare voce a una città intera, a ricreare un senso di comunità che pareva perso. Poi quella che era la tv di tutti i gaetani finì per diventare la tv di una parte sola. “Certo che siamo una tv di parte. Lo siamo sempre stati. I vecchi politici, quelli che non volevano che questa città cambiasse ci hanno attaccato violentemente ma noi abbiamo sempre ospitato tutti”. Avete vinto le elezioni comunali, ma non credi di avere tradito un patto che c’era coi telespettatori? “Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ma perché l’altra televisione che c’è a Gaeta non è di parte? Nemmeno si presentano alle manifestazioni ufficiali del Comune, cosa che noi abbiamo sempre fatto, anche quando era sindaco Magliozzi di Forza Italia”. Però se col sindaco Magliozzi c’era una buca, una magagna voi eravate lì in prima fila, a documentare, a battagliare. Ora sembra che tutto vada bene, marciapiedi nuovi dalla mattina alla sera, siete diventati il Tg4 dell’amministrazione Raimondi? “Chi dice questo è un cretino, io mando in onda anche quelli che ci criticano. E alle prossime elezioni andrò a riprendere anche i comizi degli avversari di destra e di sinistra, per far vedere le stronzate che dicono”. Avevi detto che lasciavi Tmo dopo che ti avevano fatto assessore al Demanio, invece stai sempre con una telecamera in mano. “Io ho abbandonato la carica nel direttivo di Tmo, mi sono dimesso, ma non voglio abbandonare la telecamera. Se c’è un muro scassato, un marciapiede scassato, io lo riprendo e poi cerco di farlo aggiustare. Se l’amministrazione fa qualcosa di buono tutti dovrebbero esserne contenti, e perché io non dovrei andarlo a filmare?”.

Due storie o per la precisione due servizi mi piace ricordare della telestreet Tmo, prima del suo sbarco sul digitale terrestre, con un pezzo di multiplex in affitto. Il primo, di qualche anno fa, riguardava un reportage ben fatto, sui (presunti) danni che le onde elettromagnetiche provocavano sulle zucchine e i cetrioli di un contadino della zona, reportage chissà perché, pur moltiplicandosi le antenne, mai più ripetuto. L’altro, più recente, riguarda la pulizia dei bastioni di Monte Orlando  operata dai militari americani della Mount Whitney. In quelle immagini (un assessore riprendeva, un tecnico comunale faceva da interprete, altri due assistevano e tutti guardavano i soldati lavorare) c’è tutta la desolante condizione di retroguardia ideale e culturale in cui si vive da queste parti.

E pensare che all’inizio, dieci anni fa, bastò poco. Un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. “Era un reato, diciannove mesi di carcere e sessanta milioni di lire di multa, tanto rischiavo per il solo fatto di possedere un trasmettitore. Ma Claudio e Livio, due tecnici molto in gamba, mi assecondarono. Il trasmettitore, nei primi mesi, lo tenevo a casa, sotto al letto matrimoniale, la notte faceva un rumore che non ti dico, mia moglie voleva chiedere il divorzio”. Tmo a Gaeta fu una delle realtà più vivaci nel breve fenomeno nazionale delle tv di strada o telestreet. “Una volta stavo a riprendere la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato”. Piano piano se ne sono andati molti, ora il lavoro, ora la voglia, qualche amicizia si è infranta e qualche dignitosa carriera di provincia si è avviata. “Quando le cose vanno bene allora scattano le invidie, i risentimenti. Siamo in pochi ora a Tmo ma facciamo quello che possiamo. Non abbiamo chi ci finanzia. Per esempio, Erasmo Lombardi è stato uno che ha dato tanto a Tmo, per noi è ancora un amico, un giorno ci ha detto: all’altra tv hanno buone attrezzature, mi hanno fatto un’offerta per fare le telecronache del Gaeta e ci vado. Che dovevamo fare? Lì lo pagano, immagino, e ha fatto bene”.

I due stanzoni della sede di Tmo, tra corso Italia e la spiaggia di Serapo, sono pieni di polvere, scatoloni vuoti, un materasso sfondato, vecchi manifesti, pile di vhs.  Qui dentro batteva il cuore di una città. “Presto o tardi chiuderanno tutte le tv, mica solo noi – mi dice Ciano – il futuro è di internet, io in un anno ho pubblicato seicento video su YouTube”. Intanto si prepara per la prossima campagna elettorale, a dare battaglia. Poi salutandomi si incupisce, mi racconta della moglie malata, dei viaggi ogni giorno a Latina per la chemioterapia, “volevo dimettermi anche da assessore, poi Raimondi mi ha convinto a restare”. La sera a casa accendo Tmo dopo tanto tempo e lo ritrovo già gasatissimo, in giro con la macchina sul lungomare, la telecamerina sul cruscotto, e lui che urla “viva la nostra tv, viva la libertà”.

ciano

Luca Di Ciaccio • 27 dicembre 2011


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