Ludik

un blog

Homo Sapiens

L’altro giorno le vacanze stavano finendo, pioveva pure, aria malinconica, non riuscivo a svegliarmi, qualcosa mi ingoiava nel buio, o in una buca, e mi sono detto: fammi andare al Palazzo delle Esposizioni a vedere la mostra “Homo Sapiens”, sottitolo: “La grande storia della diversità umana”. Almeno faccio qualcosa. Mi sono ritrovato a vedere le prime orme lasciate (e conservate) da tre individui del genere Homo (tra 385.000 e 325.000 anni fa). A Roccamonfina. Tre individui, 56 impronte, fuggivano da qualcosa, avevano paura: la prima testimonianza della paura, nella notte dei tempi, così c’era scritto.

E poi c’era tutto il cammino dei sapiens, in generale, eravamo decine di migliaia, poco ci è mancato che ci estinguessimo, ai Neanderthal è successo. Quante tracce, quanti reperti e segni, per tre volte fuori dall’Africa, e camminare camminare, e conquistare ogni pezzo di terra emerso. Dalle notti gelide del Polo Nord alle torride distese deserte del Corno d’Africa. Ma anche quanta inestinta violenza dietro ogni passo di questa unica specie capace di colonizzare il pianeta a tutte le latitudini e con ogni clima. Un progresso che si accompagna allo sterminio, nell’alba della storia e di tutte le storie a venire. Intere specie animali scomparse. Giganteschi struzzi, marsupiali grossi come orsi grizzly, ippopotami dalla faccia di cammello. Non ne rimane traccia, dopo l’arrivo del grande cacciatore. Lo stesso accade con le altre razze umane. Homo sapiens elimina i possibili concorrenti. Via i Neanderthal; via l’homo erectus arroccato da due milioni di anni in Cina; via i piccoli “hobbit” rifugiatisi nell’isola di Flores, Indonesia, dov’erano convissuti con microscopici elefanti, oggi estinti, e aggressivi lucertoloni di quattro metri, ancora adesso padroni della giungla. L’evoluzione non è un gioco leale, leggo su un muro, una frase stampata tra una sezione e l’altra della mostra, non ricordo pronunciata da chi.

Mi sono quasi commosso per tutta questa umanità. Il cucciolo bambino di Neanderthal ricoperto di pelle animale assomigliava a un ragazzino col giubbotto plastificato che se lo guardava, mi veniva da esclamare una cosa un po’ da canzone dei Baustelle, vi amo ma vi odio tutti però. Alla fine il problema alla base è sempre il solito, per ognuno di noi come per l’origine della specie: siamo qui per caso. Un gioco di azione e reazioni all’ambiente, un continuo se, riproposto e ramificato. Se l’Africa orientale e meridionale non si fosse ricoperta di savana a perdita d’occhio forse i nostri progenitori non si sarebbero alzati: alzarsi, infatti, significava raffreddare in maniera più efficiente il corpo, alzarsi significava non utilizzare le mani e lasciarle libere e dunque utilizzarle per altri scopi. Se i Neanderthal non avessero dovuto proteggersi il collo e ripararsi la gola dal clima rigido avrebbero avuto il collo più lungo, la faringe e la laringe più estesa e sarebbero riusciti ad emettere le vocali, e parlando forse si sarebbero salvati dall’estinzione, e forse ora io avrei, come discendente, un osso sporgente sopra le orbite degli occhi. Siamo qui per un gioco di se, che tentiamo, dopo, di ricostruire, nella speranza di riuscire a leggere meglio le prossime nostre mosse.

Luca Di Ciaccio • 9 gennaio 2012


Previous Post

Next Post