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La barba di Antonio Verrecchia

C’è la verità e non la vanità nella lunga barba bianca del marinaio Antonio Verrecchia. Quando i suoi concittadini gaetani l’hanno visto spuntare, dallo spiraglio dei vetri anneriti della macchina e della muraglia di fotografi e teleoperatori, dall’interstizio tra le autorità civili-militari-religiose che se lo volevano pappare per interesse e tra i parenti che giustamente se lo volevano pappare per amore, sono rimasti di stucco. Il direttore di macchine della petroliera Savina Caylyn, tornato sano e salvo dopo dieci difficili mesi di sequestro da parte dei pirati nelle acque somale, non assomigliava più a quello della foto gigante appesa sul balcone del Comune, sbarbato e profumato di acqua di colonia per la fototessera, ora il marinaio gaetano pareva Hemingway o uno dei suoi vecchi, o peggio ancora pareva un pirata pure lui, barbuto e trasandato come ce lo potremmo immaginare quaggiù in provincia.

Qualcuno, spettegolando dal barbiere sulla piazza e in quella grande barberia collettiva che è il web, ha preso in giro quella barba troppo lunga, che solo lui e un compagno triestino, tra i cinque ostaggi italiani, non hanno avuto tempo o voglia di radere, una barba eversiva, in grado di farci sentire perfino in colpa con uno sguardo. “E che, a Dubai o a Fiumicino, non si trovano rasoi?”. Altri l’hanno difesa, ma sempre trattandola come una messa in scena, come ha fatto il mio amico Riccardo Galletti sul suo blog: “Se si fosse presentato al pubblico sbarbato e magari in giacca e cravatta, gli italiani avrebbero dimenticato molto in fretta ciò che gli è successo o addirittura l’avrebbero minimizzato”. Ma solo chi non conosce la vita del marinaio, chi non ha mai sofferto guardando orizzonti senza uscita dalla prua di una nave, può storcere il naso di fronte alla barba di Verrecchia. E solo chi non ha mai navigato in acque insicure può regalare patenti di eroe, come se nel mare affollato di predoni e pirati non contasse altro che portare a casa la pelle e a volte, finanche, pietire un riscatto in dollari sonanti.

La barba bianca di Verrecchia nasconde molte preghiere e molte bestemmie, e sicuramente ferite, non soltanto fisiche. Tanto che la frase più bella e più vera del marinaio gaetano, subito dopo aver promesso che domani taglierà la barba e che mai più tornerà a navigare, è stata quando ha detto che “il mio corpo è tornato qui, a casa, ora tocca far tornare anche la mente, e non sarà affatto facile”. Oggi il mare a certe latitudini è infestato da pericolosissimi pirati come i nostri pensieri sono continuamente abbordati dal cinismo. Ma forse la malizia è il risarcimento per noi abitanti dei paesi di mare che abbiamo paura del mare, e dunque fuggiamo dalla costa, ci sviliamo e ci snaturiamo nell’avidità dei terreni e dei catasti. Forse per l’ex ostaggio Verrecchia – che per lunghi giorni ha creduto di non rivedere mai più la sua moglie, i suoi figli, la sua terra – la sua condizione di reduce, e perfino quel marchio di “eroe” suo malgrado cucitogli addosso, gli saranno d’impaccio nella vita scarna di tutti i giorni, gli peseranno sulle spalle.

Anche quella barba gli peserà, se ancora non se la sarà tagliata. Perché è vero che ci sono barbe e barbe: barbe da nonno e pizzetti da moschettiere, barbe da fiaba del mago Merlino e barbe assassine alla Bin Laden, barbe padronali come l’ultima trovata di Marchionne e barbe oscurantiste come quelle dei talebani, barbe che nascondono e barbe che esaltano il volto, barbe rivoluzionarie come quelle di Marx o di Garibaldi o di Gesù e barbe da radere come sempre ordinava Berlusconi ai suoi sottoposti di azienda e di partito, mentre gli passava la mano sul viso per controllare che la rasatura fosse perfetta. Pelo e contropelo, che poi è anche un poco rassicurante modo di dire. Quella dei pirati, lo sappiamo, è una piaga per la sicurezza globale, per i viaggi di uomini e di navi, un business lucroso fatto di ricatti e di vite in pericolo. Un fenomeno svuotato di ogni antico romanticismo, un affare da taglieggiatori di dollari e di gole, da molti ritenuti imparentati col peggior terrorismo mondiale. Per un giorno anche Gaeta, la vecchia fortezza decaduta sul mare, si è ricordata di tutti i suoi marinai, che l’hanno fatta grande in un modo o nell’altro, con le conquiste o con le rimesse. Che qui un parente per mare ce l’abbiamo o ce l’abbiamo avuto tutti. Per questo è stato così bello rivedere sano e salvo Antonio Verrecchia. Non perché è un eroe, ma perché è un onesto lavoratore. E presto lo rivedremo senza barba, stiamone certi, perché alla fine solo un rasoio, o meglio ancora la crema e il pennello, ti lasciano sulla pelle la freschezza della libertà.

Luca Di Ciaccio • 11 gennaio 2012


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