I tassinari
“Dotto’, qui hanno liberalizzato tutto” mi dice il tassista finalmente rintracciato dopo tre quarti d’ora di vane attese e ricerche e centralini che squillano a vuoto, non prima di avermi fatto salire sulla sua vecchia Mercedes bianca e avermi posto come condizione quella di non passare per il centro, per carità, che sennò gli altri tassisti in assemblea (“nun è uno sciopero, è un’assemblea spontanea, che nun se pò?”) ci sgamano e finisce che ci ritroviamo la macchina presa a calci e sputi. Ma magari mi viene da rispondere a me, non per i calci – ci mancherebbe – ma per le famigerate liberalizzazioni. Ma io il mio tassista rimpiange i tempi dei rimborsi sulla benzina di Andreotti e non è poetico come il collega – nome di battaglia e di radiotaxi “Lupo” – intervistato alla stazione Termini dall’inviato di Repubblica che invece ringhia: “Sti comunisti ce stanno a magnà er core”, e l’ambiente non sembra molto rassicurante per qualcuno che osasse controbattere, “ma quali comunisti, questi sono liberisti della Scuola di Chicago!”. E nemmeno sembra sofisticato come quell’altro suo collega di Milano, che sempre alla stampa proclama la crisi irreversibile del capitalismo liberista e che “Monti farà la fine di Friedman”, che vai a sapere che fine avrà fatto, io lo studiavo all’università e so che è pure morto vecchissimo.
Ma poi scusi, gli chiedo, uno sciopero dei tassisti in Italia, come funziona? Cioè, uno cerca un taxi, e il taxi non c’è? E quale sarebbe la differenza con tutti gli altri giorni? Come fa la gente a capire che c’è uno sciopero, che c’è un disagio? Io se fossi nei passi di un tassista un giorno di sciopero lo concepirei così: lavorerei tutto il giorno a metà prezzo. Oppure gratis. Per protesta. Le città si riempirebbero di migliaia di taxi, forse anche di decine di migliaia di taxi in servizio, e sarebbe il caos. La gente arriverebbe puntuale ad appuntamenti a cui nessuno li attendeva, centinaia di adulteri verrebbero alla luce, migliaia di contratti sarebbero da stipulare di nuovo e pure i notai dunque esulterebbero, se nel frattempo non hanno liberalizzato pure loro. “Ma noi semo lavoratori come tutti gli altri, che vogliono da noi, mo’ pare che il problema dell’Italia non sono né i politici né i banchieri ma i tassisti”. E giù l’elenco delle lagnanze del tassista medio, tutte nello specchietto retrovisore: guadagno poco, ho il mutuo che mi strozza, spendo quasi tutto in tasse, benzina e assicurazione, pensavo che la licenza da rivendere fosse la mia liquidazione è invece sarà carta straccia, e non mi venissero a dire che me ne danno un’altra gratis che tanto pure quella si deprezza.
Che poi a me, tutte le volte che c’era lo sciopero dei taxi, Roma m’è sembrata bella come non mai: tranquilla, scorrevole, limpida. Se solo ci fossero dei mezzi pubblici decenti sarebbe perfetto, ho pensato. Verrebbe voglia di diventare tutti maratoneti, ciclisti, di fare l’abbonamento decennale all’autobus, provare il car sharing, sellare un cavallo, prendere lo skateboard, il monopattino, la bici elettrica, la canoa (tutto tranne le navi da crociera, per un po’). E mettersi a riguardare, la sera in cui non potremo uscire perché ci sarà anche lo sciopero della benzina e ci avranno rubato i pattini, “Il tassinaro”, con Alberto Sordi. Compresa la mitologica scena “Zara87” fa salire Silvana Pampanini tutta ingioiellata e le fa un sacco di complimenti, signo’ lei ha fatto il cuore mio a fettine eccetera, si mettono pure a cinguettare in francese, ma alla fine mentre la diva gli firma l’autografo sulle diecimila lire della corsa lui le dice, soddisfatto: “Arrivederci Sylva Koscina, spero di riaverla presto sul mio Zara87”. E lì scatta il va a morì ammazzato eccetera di Silvana Pampanini, che conclude con lo storico “Au revoir, stronz”. Che, a ripensarci oggi, potrebbe essere un buon slogan per la protesta degli utenti tartassati dalle corporazioni esose, se non fosse che siamo tutti un po’ utenti e un po’ corporazioni, e abbiamo sempre qualcosa da difendere con le unghie.
A me, comunque, che guardo la tariffa notturna galoppare sul tassametro anche se fuori dal finestrino il sole non è ancora tramontato, tutti gli incubi apocalittici dei tassisti ribelli, dagli immigrati al volante a poco prezzo fino ai grandi oligopoli con tariffe scontate, mi sembrano dei sogni a occhi aperti, roba da metterci la firma seduta stante. In effetti sarebbe un mercato semplicissimo: domanda, offerta, automobili, culi di pietra. Ma che oggi è infarcito di lobby, regolamenti, mafie, licenze pagate come appartamenti in centro, evasioni fiscali. La corsa finisce, io chiedo la ricevuta e mi chiedo se davvero l’entità immobile di questo paese, la causa degli infiniti ingorghi e delle insufficienti metropolitane, il beneficiario dei tanti semafori e delle poche licenze, il fine ultimo su cui ogni ingranaggio cosmico e ogni volontà politica si intoppa sia davvero lui qui davanti a me, il tassista scoglionato che ascolta alla radio i retroscena sull’ultimo allenamento della Lazio.





