Il comandante e l’eroe
Ascolto e riascolto la telefonata tra l’ufficiale della Capitaneria di porto e il comandante della nave da crociera che sta affondando. “Ma è buio…”, piagnucola il comandante Schettino dalla sua notte di luna. “Vuole tornare a casa?”, chiede, sferzante, l’ufficiale De Falco, seduto nel suo ufficio da cui guarda il mare. La sceneggiatura del dialogo sarebbe perfetta. La voce impostata dell’ufficiale che dall’alto detta regole di comportamento e norme morali, richiama al dovere, imprime la necessità di un comando. Le frasi smozzicate e inconcludenti del comandante che ha ormai abbandonato la nave che affonda, cerca scuse, viene meno ai suoi doveri. La testa rasata e lo sguardo affilato dell’ufficiale nelle foto, in divisa bianca. Il capello impomatato e lo sguardo obliquo del comandante, in smoking come se stesse sulla Love Boat. L’ufficiale De Falco ordina al comandante Schettino, già inscialuppatosi verso la riva, di tornare sulla nave e comportarsi da uomo, ma l’ordine è vano, come quasi tutti gli ordini dati in Italia, perché Schettino gli dice di sì e poi continua a scappare. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, si diceva una volta. Beato il paese che nel momento del bisogno sa trovare nonostante tutto i suoi eroi, si sente oggi ammonire. L’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo, fino all’urlo autoassolutorio che si legge in giro su alcuni blog: “Io sono De Falco”. Anch’io. Anche Schettino, se fosse stato sulla poltrona di De Falco sarebbe stato De Falco e avrebbe dato ordini perentori al se stesso vigliacco che tremava in mezzo al mare per la paura di morire.
“Naufragio con spettatore”, si intitola il libro sulla “metafora dell’esistenza” del filosofo Hans Blumenberg, tornato amaramente attuale. “La più grande metafora del mondo va a sbattere contro un iceberg” titolava The Onion, il giornale satirico americano, giusto cent’anni fa, sopra una grande foto del Titanic. Anche adesso, senza riuscire a staccare gli occhi da quelle foto e le orecchie da quella telefonata registrata, c’è un naufragio. C’è l’immagine evocativa di una nave incagliata e senza rotta, c’è il vigliacco che ha sbagliato e che è incapace di prendersi delle responsabilità, c’è il buono che riscatta l’onore ferito e prende in mano la situazione, c’è mezzo mondo ad ascoltare. Un capro espiatorio per sfogare la rabbia, un eroe senza macchia per placarla. La capitaneria di porto è nostro padre, o Mario Monti, o il nostro superego, o le tre cose insieme, mentre invece il comandante è Berlusconi, ma è anche un po’ tutti noi, che parcheggiamo in divieto di sosta o ce la prendiamo coi giustizialisti, cambiarci è inutile come dicono anche le pubblicità della schiuma da barba.
Allora dice bene Massimo Gramellini sulla Stampa, stamattina: “eroe è colui che mette a repentaglio la propria vita, che è disposto a sacrificarla per un valore più alto, per l’amore verso il prossimo”. Ma il significato delle parole è annegato da tempo, sulla schiuma di questo tempo galleggiano solo frasi di comodo. Eroe è chiamato chi fa semplicemente il proprio dovere: il funzionario pubblico che rifiuta una mazzetta, il calciatore che denuncia un giro di scommesse, l’ufficiale di capitaneria che coordina dei soccorsi in mare. E ogni naufragio sembra che parli di noi. Degli abitanti di un paese stremato che che come i naufraghi della Concordia si sentono annegare in una tinozza, naufragare in una secca. Persone più grandi di me, cresciute ed educate nell’ambiente della marina militare, mi hanno detto che non si capacitano di cosa sia passato per la testa a quel comandante, che non aveva più nemmeno la forza di rifugiarsi nella retorica, nella recita del comando. L’educazione di allora si basava sul principio che il comandante sia l’ultimo ad abbandonare la nave: il comandante ideale, restato solo a bordo, avrebbe scelto di andare a fondo con la sua nave. Molte volte successe.
“Allegri di naufragi” intitolò, con molto ripensamenti, il poeta Ungaretti, e l’eccitazione che aveva in mente non era quella della catastrofe ma piuttosto la decisione del superstite di riprendere il viaggio. Mette allegria, dice Lucrezio nel De rerum natura, “quando sul mare si scontrano i venti / e la cupa vastità delle acque si turba, / guardare da terra il naufragio lontano: / non ti rallegra lo spettacolo dell´altrui rovina / ma la distanza da una simile sorte”. Solo che qui non si tratta più di guardare un naufragio a distanza, qui c’è una nave che fa naufragio avvicinandosi per farsi guardare. Le cose viste a distanza, senza lo schiaffo freddo dei venti e della buriana. Come alla televisione. Come dai monitor delle camerette e delle redazioni. Chi può sapere cosa mettere in garanzia di se stessi di fronte all’agguato della viltà, nel palazzo che brucia o sulla nave che affonda? Oggi tutti condannano il comandante e santificano l’ufficiale. Ma chi sono io? Cosa avrei fatto? La verità si scopre solo nell’acqua o nel fuoco.




