Acab
L’altra sera al cinema ho visto “Acab”, acronimo che sta per All Cops Are Bastards (tutti i poliziotti sono dei bastardi), titolo di un vecchio pezzo dei The 4-Skins, gruppo Oi! inglese di fine settanta. La scritta Acab la vedo spesso sui muri delle città, e anche su quelli di qualche autogrill sull’autostrada, nei dintorni dello stadio o sulle facciate dei palazzi in centro dopo il passaggio di alcuni cortei. Il film è la storia di un gruppo di celerini, le vite incrociate di quattro di loro, il loro credo (famiglia, duce, violenza quando ci vuole, fratellanza su tutto) contrapposto al mondo che devono affrontare. Un mondo che li scavalca a destra, per così dire: razzisti, ultrà che cercano il morto, nuove falangi sociali, gente incattivita che grida: padroni a casa nostra!
Uno va sempre al cinema come quando apre il giornale, come quando segue i talk show alla televisione, come quando discute a cena con gli amici o legge i blog. Vuole capire subito da che parte stanno i buoni e chi sono i cattivi. O in quale attore sulla scena identificarsi. Sviati come siamo, al bivio tra la rappresentazione del mondo come dovrebbe essere e come invece è. Quando alla prima scena del film Pierfrancesco Favino, l’attore di film e fiction tra i più lanciati del momento, uno di quelli con cui sai di poterti identificare già prima di entrare in sala, insegue un ragazzo extracomunitario, smunto e smagrito, dopo un incidente in cui è rimasto coinvolto, lo prende, lo ammanetta e quando la colluttazione è finita gli sferra un pugno, un pugno che risuona spietato e superfluo, sfacciato e doloroso, allora provi una botta allo stomaco e capisci una cosa che dovresti sempre capire, che c’è poco da immedesimarsi, qui nessuno ha ragione.
C’è una frase di Harold Brodkey, contenuta nel libro e nell’opera teatrale “Questo buio feroce”, in pratica un diario al termine della vita, che è la storia perenne di un errore: “Il giornalismo migliore degli ultimi cinquant’ anni è stato di sinistra; il che significa che la natura umana è stata ritratta come innocente, come decorosa dall’inizio alla fine di ogni storia”. Poi ci sono storie del mondo fuori, o film, in cui nessuno è innocente, dove la natura umana è indecorosa dall’inizio alla fine della storia. Un rumore di fondo che sale, a lontana equidistanza dagli studi televisivi infestati da tuttologi e squinzie e dalle sale convegni analogamente popolate. Un rumore continuo, sibilante di odio e insofferenza, collante in una società divisa in tribù: le tribù dei colleghi e quelle degli ultrà di ogni fazione, degli immigrati e degli estremisti, degli sfrattati e degli avvocati. Tribù che cercano qualcosa o qualcuno cui addossare le colpe della propria infelicità. Dove le botte bisogna prenderle prima di darle. E’ quella che educa all’odio l’educazione sentimentale che esiste ovunque nel nostro Paese. Un rumore di fondo che pochi sanno ascoltare, quello che poi produce un’onda definita anomala solo perché non la si era vista arrivare.
Si passa dalla “macelleria messicana” di Genova ai processi in aule di tribunale semivuote, dagli omicidi più efferati nelle periferie dove i riflettori si spengono subito e i lampioni non si sono mai accesi alle promesse gaglioffe degli onorevoli di turno, dalle guerre nelle curve degli stadi alla ricerca di morti da vendicare o da sanare o da offrire, dall’arroganza dello straniero che non ha nulla da perdere alla deriva fascistoide che contagia anche chi dovrebbe avere come sola linea guida il rispetto della legge, dai forti che la scampano ai deboli che soccombono, nelle caserme come tra gli antagonisti, nelle piazze come nei governi. Ci sono mali tra cui scegliere, nessun santo a cui votarsi, ma qualche diavolo minore. Ingranaggi di decisioni prese altrove, questo sembrano i tutori dell’ordine nelle strade, ma anche coloro che li contestano. In quel rumore di fondo rimane, così come raccontata dal libro-inchiesta di Carlo Bonini da cui è tratto il film, l’insofferenza del celerino che con inconsapevole ironia fa il verso a Pasolini e dice alla moglie “io so”. Che cosa sai? “Quale ipocrita recita sta andando in scena”.
Ripenso al mio amico che era stato a Genova, l’estate di dieci anni fa, e mi raccontava che per anni aveva provato un’istintiva paura ogni volta che vedeva ferma ad un angolo un’auto della Polizia. Ripenso a quelle inutili volte in cui mi sono trovato in cortei, più o meno ragionevoli, in cui l’unico scopo era tornare a casa dopo avere recitato un po’ di conflitto, qualche scaramuccia alle divise schierata, un paio di cariche senza farsi male, un parlamentare di sinistra a rassicurarsi pochi metri più dietro. Ripenso a quell’altro mio amico che mentre cercava di tornarsene a casa dopo aver visto l’ultimo derby all’Olimpico si è dovuto rifugiare in un portone a Ponte Milvio, centinaia di metri più in là, soffocato dall’odore acre di lacrimogeni e petardi. O a quel trafiletto di giornale che lessi qualche settimana prima: un paio di ultrà romanisti in autostrada viene aggredito da un convoglio di napoletani ancor più feroci, li salva l’arrivo della polizia. Qui siamo, e con questo rumore d’odio, dobbiamo fare i conti, senza tapparci le orecchie, senza aspettare che da segno della cronaca diventi un filo della storia. La scena finale di Acab riesce a mettere i brividi. Un nemico senza volto e identità che passa in lontananza. Un finestrino di una macchina che esplode colpito da una roccia arrivata chissà da dove. Un esplosione. Silenzio. E un manipolo di soldati in attesa.





