Ludik

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La nevicata del dodici

Anche io mi sono svegliato durante la notte per controllare dalla finestra lo stato delle cose: e nevicava, nevicava senza tregua, il paesaggio pareva quello dell’inverno come stava disegnato sul sussidiario delle elementari. Alberi piegati dalla neve, strade bianche sotto la luce dei lampioni, un cielo stranamente pallido, un fioccare fitto, che in certi momenti mi sembrava sereno, in altri momenti mi sembrava inquietante. I pensieri corrono da soli. La credenza in cucina è quasi vuota, il supermercato forse domani sarà chiuso. Il treno di cui parlavano al telegiornale, bloccato da un decina d’ore su un binario in mezzo agli Appennini. La persona che dorme affianco a te nel letto, che non sai mai se è il caso di svegliare. La mia città di mare, chissà se nevica anche laggiù, il primo vago ricordo di una vita che è il momento in cui mio padre mi solleva in braccio, dal balcone di casa, per farmi vedere la neve.

La mattina presto sono già per strada. A controllare, a immaginare. Non vedo nessuno, sento il rumore dei cristalli esagonali di ghiaccio sotto le suole delle mie scarpe. Che accadrà, come ci organizzeremo, nevicherà ancora, dovrò mettermi a fare delle foto col cellulare oppure mettermi a spalare il vialetto condominiale, ci troveremo in mezzo a un guaio, come quei disgraziati nei paesini umbri o abruzzesi, senza viveri e senza corrente elettrica? Oppure dovrò solo godermela come una qualunque effimera meraviglia, neve al sole appunto? Come spettri, alcune macchine sostano sbieche e ammaccate, altre sono tutte ricoperte dalla coltre bianca, insomma si cammina nel nulla, in un abbandono surreale, ognuno lasciato a se stesso. Un bimbo mette fuori la testa dal portone di casa, “papà, ha piovuto bianco”. Una ragazza passa davanti con lo snowboard in spalla, vuole andare a sciare a Villa Borghese.

Pensare che ieri mattina, tra la gente al bar, nessuno ci credeva. La neve, figurati. Ma no, non arriva. Fa freddo, ma non abbastanza. Piuttosto non si capiva se le scuole erano aperte o chiuse, oppure aperte ma chiuse, la decisione del Comune non era affatto chiara. Poi a mezzogiorno ha cominciato a nevicare davvero. Fiocchi grossi come piume d’oca che cadevano in obliquo. Ragazze col le scarpe décolleté a tacco alto, all’improvviso con le caviglie bagnate o ghiacciate. Enormi suv che pattinavano sull’asfalto, mentre i loro conducenti eleganti e sbigottiti tiravano fuori gli occhi dalle orbite. Impiegati e precari che giocavano a palle di neve durante la pausa pranzo. Commesse sulle porte dei negozi ad ammirare lo strano spettacolo, “tanto nun se vende niente, neve o non neve”. Autobus fermi sulle strade come carcasse di mammut nell’era glaciale, e la gente a chiedersi se il Comune non avesse preparato dei sacchi di sale, o almeno comprato delle catene. Alle sei la neve ancora insisteva e qualcuno s’era già stufato, a Roma si fa presto a trasformare la meraviglia in noia e fastidio, un tassista mugugnava: “Vabbè, abbiamo capito, se semo pure un po’ divertiti, però adesso basta”.

Poi finalmente qualcosa è accaduto: le nuvole si sono scansate per far passare il sole. Sarà forse questo il vero piano per l’ennesima emergenza. Nei bar aperti coi funghi accesi la gente già siede fuori, mangia tramezzini e racconta le storie da reduci metropolitani del giorno prima. Cinque ore in macchina da Salario a Prati. Ho mollato la macchina e ho fatto sei chilometri a piedi. L’autista dell’autobus ci ha fatto scendere tutti in mezzo alla tormenta di viale Libia perché non aveva le catene. Siamo scesi dell’ufficio e abbiamo fatto a palle di neve. Intanto dalle macchinette fotografiche riguardiamo gli scatti stranianti di poche ore prima, Piazza di Spagna innevata come la Val Badia, Piazza del Popolo che assomiglia a una San Pietroburgo de noantri, il Circo Massimo popolato di slittini, il Raccordo Anulare descritto come la pista per Stalingrado, i bambini pachistani di Torpignattara impazziti di gioia, i bei pupazzi di neve molto ortodossi, con la carota al posto del naso. Una macchina avvistata con gli adesivi di “Roma Capitale”, unico segno di attività comunale nel giro di chilometri. Un gruppo di adolescenti sull’iPhone guardano preoccupate le foto degli animali del bioparco, gli elefanti, gli avvoltoi, i leoni, i macachi, povere bestie abituate a essere fuori luogo ieri erano anche fuori stagione. “Saranno contenti i pinguini, poveretti”, si consolavano le studentesse strette ai fidanzati. I notiziari riportano l’incazzatura del sindaco Alemanno che, colto alla sprovvista, ora chiede a gran voce una commissione d’inchiesta sulle previsioni del tempo. Forse la prossima notte altra neve scenderà dal cielo su questo Paese malandato e nervoso, e intanto il telefonino  frigge di messaggi su appuntamenti che saltano e provvidenziali cancellazioni causa maltempo. Guardo il cielo in cerca di nuvole bianche e assoluzioni.

Luca Di Ciaccio • 5 febbraio 2012


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