Come greci
Un brivido corre lungo la schiena mentre vedo al telegiornale le immagini di Atene che brucia. Una cosa tipo sliding doors. Come guardarsi in uno specchio deformante e vedere una dimensione parallela, ciò che saresti potuto diventare, o forse potresti ancora. Un parlamento prigioniero e il suo popolo affamato. Da ogni parte – anche autorevolmente – si sente dire che “l’Italia non è la Grecia”, “España no es Grecia”, “la Grèce ne fait rien de ce qu’elle devrait”, “Griechenland ist ein Sonderfall”, e nessuno sembra chiedersi l’effetto di queste confortanti rassicurazioni sull’autocoscienza di un popolo non necessariamente composto di bancarottieri né votato in via programmatica al martirio. Il modo in cui una crisi economica, finanziaria, politica è stata fatta marcire chiama in causa, certo, le responsabilità della nazione ferita, quelli che hanno truccato i conti di uno Stato, quelli che ne hanno approfittato per vivere al di sopra dei propri mezzi, quelli che hanno eletto politici corrotti. Ma chiama in causo anche, forse e soprattutto, gli altri, questa moneta rigida che ci pesa in tasca, l’euro e le banche, le Goldman Sachs e le Olimpiadi, quelli che hanno illuso i poveri di essere diventati ricchi e che ora nel giro di pochi mesi ordinano di tagliare salari e posti di lavoro, protezioni sociali e servizi pubblici in nome di un debito che continua a gonfiarsi da solo.
Noi, da questa sponda del Mediterraneo indebitato, speriamo di assomigliare in tutto e per tutto alla nostra nuova foto, all’occhialuto Mario Monti sulla copertina di Time, l’uomo che forse – dicono – può salvare l’Europa, colui che vorrebbe insegnarci a non amare più quei cari vecchi attrezzi confortevoli di un’era fa, il posto fisso, la pensione garantita, il lavoro vicino casa, la casa di proprietà. E’ un wishful thinking, come dicono quelli che sanno le parole nel mondo globale, è una speranza scambiata per realtà? Ma chissà se l’Europa si salverà stavolta da se stessa, chissà chi verrà a riempire il vuoto del malcontento e della povertà sociale, chi verrà a dirci quello che in fondo già sappiamo, che le ricette imposte ai paesi in crisi non assomigliano più alla dura efficienza di un chirurgo ma quasi ci ricordano la cruda indifferenza di un boia. Erigeremo un firewall, si sente dire da quell’entità che tutti chiamano “la Troika” – la Banca di Francoforte, la Commissione di Bruxelles, il Fondo di Washington, la cupa sagoma della Germania. Un firewall, cioè un muro antincendio, per salvare l’euro. Noi ci sentiamo ancora al sicuro, da questa parte del muro. Porteremo pazienza se dall’altra parte, per ora, saranno i greci a bruciare. Servono nuovi sacrifici, leggiamo sui giornali. Ma non basta, non basta, non basta, leggiamo il giorno appresso.
“Non ci vuole un Krugman per capire l’assurdità di certe mosse” scrive Filippo Maria Pontani per il Post, che futuro può avere un paese allo sbando che tagli investimenti pubblici e sussidi privati, che tenta la modernizzazione a colpi di decreto, mentre il quadro generale è quello di un’affannosa rincorsa a pagare rate sempre più macroscopiche, nella speranza pazzoide di imminenti “crescite” a due cifre? E che cosa si può fare quando non si può chiedere a una classe politica corrotta e squalificata da ambedue le parti, di farsi carico di fornire un’alternativa che sia chiara e credibile? E perché insistere sempre sull’abbattimento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, quando non sono loro a far affondare i bilanci, e non sono stati certo loro a far nascere questa crisi, esplosa invece nelle banche e nella finanza? Ieri a pranzo parlavo con un mio amico che aveva girato in lungo e in largo la Grecia. Sai in Grecia hanno tutti poco senso civico, mi diceva. Sai, in Grecia sono seduti su un grande tesoro di cultura e di paesaggi ma non se ne rendono conto. Sai, in Grecia i giovani hanno tutti gli ultimi gadget tecnologici ma non conoscono la loro storia. Sai, in Grecia votano da anni gli stessi politici corrotti ma sono in tanti a mangiarci con l’enorme apparato pubblico. Sai, in Grecia sembra di stare in un’Italia peggiorata, Atene sembra Roma degli anni Settanta, mancano solo le Simca, e non hanno nemmeno le autostrade. No, noi non siamo la Grecia, figuriamoci. Me lo continuo a ripetere anche da solo. Non siamo greci. Entrambi abbiamo poeti che citano i “barbari”, entrambi abbiamo giocato coi colpi di stato, e però abbiamo differenze inesorabili, di là ”il mare, il giorno e il dolore come sostantivi femminili, la morte come un maschile, e l’amore come l’uno o l’altro”. Non sono un greco, ma lo stesso vorrei correre ai ripari.




