Ludik

un blog

Avir, tempo scaduto

Una volta c’ero io che con un cappello in testa e una valigia in mano, facevo quello che tornava dall’America e chiedeva se erano cominciati questi famosi lavori. Un’altra volta ero in costume da spiaggia e chiedevo come mai invece delle ruspe ci fossero i parcheggiatori a pagamento. Un’altra volta ancora c’erano i mondiali, e io saltavo alla finestra dell’assessore urlando “a quanto stanno?”.  Una mattina invece mi feci tutta la vecchia ferrovia a piedi, in ciabattine, aspettando una littorina che non arrivava mai, e sperando nelle massaggiatrici del centro benessere, quello almeno l’avranno costruito? Una sera, era quasi Capodanno, e ci chiedevamo se quell’annuncio “inizieranno i lavori prima della fine dell’anno” si riferisse all’anno solare oppure al primo anno di mandato. Una volta rifeci la famosa scena del giorno della marmotta come nel film “Ricomincio da capo”, dove ogni giorno tutto era uguale al precedente: i muri coi cocci di vetro, la ciminiera in mattoncini rossi stagliata sul mare, i progetti per aria e i capannoni abbandonati, e il sindaco che prometteva “ci siamo quasi, fra sei mesi si sblocca tutto”.

Ogni volta, con gli amici del sito di notizie locali Telefree.it, avevamo deciso di tenere fede alle solenni promesse dell’ultimo sindaco e andare a controllare se davvero fosse giunta l’ora dell’inizio dei lavori all’ex Avir di Gaeta. La vecchia vetreria, che da quando sono nato ho sotto casa: relitto industriale di un tempo scomparso, il vascello fantasma da tutti temuto, la chimera e lo stendardo elettorale di quindici sindaci e due commissari prefettizi. Ventiseimila metri quadri al centro esatto del nostro paesone di mare, una fortezza dell’abbandono che nessuno è riuscito ad espugnare. Un muro che nessuno è mai riuscito ad abbattere. Adesso, rivedendo tutte le scenette che mi misi a fare, ripercorrendo tutte le denunce, le promesse e le smentite, le cubature generosamente moltiplicate e i vigili che indagavano provvidenzialmente trasferiti, gli strepiti e le indignazioni, adesso pure le inchieste giudiziarie nei confronti di proprietari e notai per lottizzazione abusiva, con l’amministrazione sullo sfondo a dichiararsi estranea, e da qui a a maggio le ennesime baruffe di un’ennesima campagna elettorale comunale, e ripensando sopratutto a quel muro di quella vecchia fabbrica davanti casa mia, che oggi sembra alto come non mai, ancora non ho ben capito chi ha fregato chi. Nel nostro Paese il groviglio delle scelte sbagliate e delle deficienze della politica, alla fine, si ritrova sempre avvelenato dal dubbio giudiziario.

Anche se i sigilli della magistratura che tanto hanno turbato il paesone gaetano, qualche mese fa, non hanno interrotto nessun lavoro e nessun progetto dentro l’Avir, ormai tutti sapevano che nulla sarebbe accaduto, che le promesse del sindaco erano diventate parole al vento, e gli accordi con la proprietà carta straccia. Ed è pure questa una storia molto tipica, giacché le discussioni e le polemiche e le indagini si arenano sempre sulle montagne del non detto, mai una volta che ci si azzuffasse su un’opera bene o male riuscita, ma sempre sulle incompiute. Così, quando qualcosa va storto (e qualcosa va sempre storto) nessuno ha le carte in regola per parlare: né i governanti a cui rimangono incastrati gli assi nelle maniche, né gli oppositori che sono bravi solo ad opporsi, né i privati imprenditori che non sanno trovare la strada senza imboccare oscure scorciatoie, né certi cittadini come noi, che in fondo tante volte si sono ritrovati a pensare che qualunque cosa è meglio rispetto al poco o nulla che c’è.

Ricordo come fosse ieri le slides tridimensionali, le promesse, i progetti, i sorrisi, i dirò e i farò. Alla vecchia vetreria sarebbero sorti stazioni di littorine e alberghi cinque stelle (per quali clienti, di questi tempi?), centri benessere e appartamenti (solo quelli, in parte fatti, e guardacaso già monetizzati). E’ una questione che riguarda tanti luoghi d’Italia, tante fabbriche dell’abbandono: è il ciclo storico delle deindustrializzazione, con gli immobiliaristi che si impongono come potenze fameliche intorno alle aree degli stabilimenti svuotati. Il guaio è che ormai non si sa più chi è il più debole fra i politici dissanguati dai tagli del governo, che disegnano i piani regolatori, i finanzieri spregiudicati che li contrattano, spesso aggiungendoci l’ombra delle infiltrazioni criminali, e i banchieri che cercano di tappare i buchi. Avete presente il caso Penati? Cose lontane da casa nostra, per carità, eppure, in una lettera al Corriere della sera, il sindaco di Sesto San Giovanni Giorgio Oldrini pose, nel difendersi dalle accuse, dilemmi interessanti: “Governare una città è reato? Un sindaco, un amministratore, deve essere un notaio che aspetta che i progetti arrivino sul suo tavolo e poi giudica se vanno bene o no, oppure deve cercare di favorire gli accordi e di preparare un cammino chiaro e nel rispetto delle norme perché si realizzino? Deve guardare addolorato ed inerte le aziende che chiudono o le società che falliscono o deve cercare di fare, naturalmente nel rispetto della legge, lo sforzo a volte immane di governare? O è questo, nella coscienza attuale, un reato? Credo che questo dilemma sia sempre di più un problema non solo per me”.

Alla fine ciò che resta in mente è solo il ricordo amaro di un’inaugurazione di qualcosa che ancora non c’era, di nastri tagliati sul nulla, come certe autostrade della Prima Repubblica, o come i plastici del ponte sullo Stretto mostrati da Berlusconi nel salotto di Vespa. E l’irresistibile tentazione di fare politica non con i fatti ma con gli annunci, a cui cedono tutti, perfino i governi tecnici e le giunte civiche da cui pure ci si aspettava qualcosa di meglio. La politica-annuncio, che non è perdere ma prendere tempo, è la propaganda che occupa un altro spazio, è una droga che confonde, inebetisce e rintrona. E’ poco più di una finta. Quasi come la famosa gag di Nino Taranto  e Totò che si piazzavano davanti a un bar e prendevano le misure di un  futuro vespasiano che  sarebbe stato – dicevano – sistemato in quel punto. E al proprietario del bar spiegavano che in origine il gabinetto era stato previsto davanti alla macelleria, ma poi il macellaio, anziché protestare, aveva fatto un’offerta per le orfanelle. E ora forse con un’altra offerta… Intanto, fuori dalla finestra di casa mia, la vecchia ciminiera svetta ancora, dritta e austera come un faro nella tormenta, troppo alta rispetto ai nani di paese, monito di ciò che era e di ciò che avrebbe potuto essere.

vetreria

Luca Di Ciaccio • 24 febbraio 2012


Previous Post

Next Post