Ludik

un blog

L’importante è finire

“La prima cosa che farò è non fare niente” dice Ivano Fossati a chi gli chiede del suo annunciato ritiro dalle scene. Che poi magari cambierà idea, come capita spesso – c’è forse qualcuno in grado di mantenere dei propositi, di questi tempi? – e allora le band fanno i tour della “reunion”, ma i solisti, come lo chiamano quando tornano a suonare, di nuovo da soli? Però, a volte, sapere uscire di scena è tutto. Tutti, chi più chi meno, coltivano la tentazione di uscire dalla vita come dal recinto di una clinica, di sparire il più discretamente possibile. Essere altrove, lontano da dove scorre la visibilità, in disparte rispetto alla luce accecante del subbuglio dell’esserci, dovrebbe essere un diritto assoluto.

Io, per esempio, ho sempre creduto che avesse ragione Ivano Fossati: le persone non cambiano, è solo che, col tempo, il tempo le complica più di un po’. Come se poi bastasse fuggire in altri luoghi per essere una persona diversa. Come se, oggi che tra la vita e la sua rappresentazione non si vedono né barriere né differenze, ritirarsi dalla scena suoni davvero come un ritirarsi dalla vita. Ci offriamo a prigioni confortevolissime di cui non sapremmo liberarci. Una poltrona comoda o una vecchia sdraio sono confini, già ampi, per il bisogno di sparire. Un’ombra che si insinua dalle fessure delle persiane, una musica che attraversa una parete. Comunque, Fossati nel concerto della sua ultima tournée, dà soddisfazione e fa un sacco di canzoni vecchie, anche se poi alla fine ti restano sempre in testa quelle che non ha fatto. Ogni tanto qualcuno urla dalla platea: “Resta!”. Bisogna cogliere il tempo adatto per fare ogni cosa. Prima di cantare “La costruzione di un amore” avvisa che lui quella meravigliosa canzone l’ha scritta a venticinque anni, sono cose quelle che se invece continui a scriverle a cinquant’anni sei solo un disadattato. E anche ad ascoltarle: lo potevi fare appena uscito il disco, al massimo, dopo era già diventata una metafora abusata, una bigliettino appiccicato su troppo cioccolatini e troppi amori di gente inutile. E mentre l’ascoltavo pensavo beato lui che ha fatto quello che voleva fare e ora sa quando è il momento di smettere. Quanto è vero: “Dopo si dice ‘l’ho fatto per fare’, ma era per non morire”. Noi in platea avevamo l’aria di italiani d’Argentina, come quella sua canzone, che al concerto non la fa, quel sentimento lì di malinconia distante, di essere altrove con qualcosa che ti manca, quasi rassegnati, con la faccia di chi sa “che la distanza è grande, la memoria cattiva e vicina, e nessuna fotografia ci basterà”.

Luca Di Ciaccio • 13 marzo 2012


Previous Post

Next Post