Ludik

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Custodi della memoria

Una volta a settimana, da qualche mese, mi chiudo in un cubicolo senza finestre dentro un’edificio bruttissimo, ai lembi estremi del raccordo anulare, e sento le voci. Sì, sento le voci. Non ho nemmeno una cuffia, gli ultimi tagli al bilancio devono avere prosciugato pure le dotazioni tecniche. Così le voci che sento io si mischiano alle voci che sentono gli altri, in una cacofonia di memorie e di umidità e di polvere che solo in un posto del genere è possibile, alle Teche della Rai. Gli archivi della radio e della televisione di Stato. Alla voce “Videoteca Rai”, nella Garzantina della televisione, si legge: “Grotta. Antro da rigattiere. La teca della tv di Stato è percorsa solo da fantasmi che si rincorrono senza tregua, per espirare chissà quale colpa. E’ luogo di irrequietudine”.

La prima volta me lo dissero a settembre scorso. “In questo lavoro abbiamo bisogno di qualcuno che vada nelle Teche Rai”. La parola teche risuona secca nella stanza, come un ramo che si spezza. Chiudo gli occhi, mi lascio andare tra un Rischiatutto e un Corsaro Nero. Scandendo a fior di labbra le due sillabe (te-che), visualizzo le salme sotto vetro di vecchi funzionari Rai. Operai in camice bianco di una mattina di fine anni sessanta che appuntano a penna su un modulo prestampato in carta ministeriale, “dicitura programma Studio Uno”, “identificativo numero”, “regia Falqui Antonello”, “da minuto 47 a minuto 50 Zanicchi Iva canta Accarezzami amore”. Giovani impiegati a tempo determinato, consapevoli della pochezza dei loro tempi, che ammucchiano pile di vecchie cassette, spuntando l’elenco dei repertori per l’ennesimo programma antologico, ce l’ho, ce l’ho, mi manca.

Sui corridoi lunghi e ombrosi si affacciano stanzette e voci, concitati telegiornali, sonnolenti sceneggiati, Mike Bongiorno invoca un colpo di scena, Arbore che chiede a Catalano come si sente, Mina giura di non giocare più, cori di ragazze scacciano urlando la malinconia di una domenica pomeriggio a colori, Gianni Morandi va infinite volte a prendere il latte, un bambino urla intrappolato in fondo a un pozzo, Gianburrasca minaccia la rivoluzione per avere un piatto di pasta. Con uno sforzo di immaginazione, forse uno spreco, è possibile ipotizzare la vita che scorreva fuori dai nastri, dico proprio tutto, dentro dalle finestre e fuori nel mondo, in quegli stessi momenti, nei dintorni del televisore che si ostinava a trasmettere le sue cose. La quantità di pasti consumati in silenzio, il numero dei pianti di bambini inutilmente sedati, il numero delle tazzine che vanno in frantumi sui pavimenti di altrettante cucine, il numero degli amori che si consumano oppure stanno cominciando, le conseguenti urla e i conseguenti baci. Poi, semplicemente: il numero dei nati e dei morti, di qualunque specie, sulla terra e nel mare. E anche i pezzi di prato appena tagliato, le case costruite, i pieni di benzina, gli aerei in volo. Niente di tutto questo diventa storia. Ma nello stesso modo per cui nessun passato davvero passa. C’è una vita che non sapevamo di vivere e che la televisione ha conservato per noi.

Ogni archivio svela le volontà e le intenzioni di chi lo fa. Sono i contemporanei a decidere cosa deve essere archiviato, non i posteri. E lo fanno per i loro contemporanei, non per i posteri. Negli archivi della Rai, mi ha spiegato Gregorio Paolini, ci sono nastri che sono stati buttati per motivi di spazio, o altri su cui si è registrato sopra, perché negli anni Sessanta una bobina Ampex da due pollici costava come lo stipendio di un tecnico e allora si cercava di riciclare. L’ordine era di conservare solo le commedie, le opere teatrali, gli sceneggiati. Era quella, si pensava, la cultura alta che meritava di essere tramandata, non l’intrattenimento per le masse, i quiz o i varietà, non degni di memoria. Anche l’immagine del primo annuncio del primo giorno della Rai, con la giovane annunciatrice in abito lungo di fronte a una tenda scura, spesso utilizzata per rievocare quell’istante fatidico del ’54, non è che un falso, un ricalco letterale e celebrativo che fu prodotto dieci anni dopo. Poi c’è gente che da decenni cerca quei quattro minuti dell’ultima esibizione di Tenco a Sanremo, la sera in cui si ammazzò. O la puntata quello sceneggiato sulla rivoluzione francese del 1962, “I giacobini”, che tanto inaspettatamente piacque al comunista Togliatti, che forse ora è rispuntato fuori. Oggi ci sono diritti contrattati male, pezzi di programmi che non si possono usare, format di cui non si hanno le chiavi.

Dalle catacombe sotterranee spunta un anziano custode, fuma la sigaretta con gesti lentissimi, poi guarda il cielo fuori con aria interrogativa ed emette il responso, in base all’umidità dell’aria o agli annunci di pioggia forse intuisce se quei vecchi nastri li potrà tirare fuori oppure no. Intanto voci si disperdono nell’etere, accumulandosi per sempre nel mare invisibile delle cose dette e perdute in cui nuotiamo. Mi arriva all’orecchio la melodia inutilmente allegra di una vecchia sigla di Fantastico. Quando rivedi qualcosa che non hai visto per vent’anni o più è come un colpo allo stomaco, vedi quello che hai visto quando eri bambino, e rivedi te stesso bambino, il tuo mondo di allora. Poi lo rivedrai trasmesso, a galla nel palinsesto odierno, e si trasformerà subito nell’effettino nostalgia. Esco dalla stanza senza finestre e piena di voci delle Teche come se fossi pronto ad andare in onda un’altra volta.

rai

Luca Di Ciaccio • 26 marzo 2012


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