Ludik

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Dimore del vento

Sfoglio un libro con foto di rovine, posti abbandonati, ci sono case sfrattate e ospedali chiusi, fabbriche sbarrate e castelli decadenti, teatri senza più spettacoli e strade vuote di traffico e di futuro, caserme che aspettano ancora il loro invasore e stazioni da cui è partito troppo tempo fa l’ultimo passeggero. Sono cresciuto guardando dalla finestra una vecchia fabbrica di vetri abbandonata, col mare e una spiaggia sullo sfondo di una ciminiera spenta. Le allegorie – disse Walter Benjamin – sono nel campo del pensiero, quello che le rovine sono nel campo delle cose.

Le vecchie pietre parlano, ne sono sicuro. Non occorre che siano abbandonate da secoli. Pochi anni bastano, è sufficiente che il vento ne diventi inquilino. Il fascino delle rovine è che un’opera dell’ uomo viene percepita alla fine come un’opera della natura. Posti in cui si ascolta il silenzio e c’è una sensazione di “dopo”, di qualcosa che sia successo. Ho scrutato l’anno scorso la fantastica mappa dell’abbandono scritta da Paolo Rumiz nel suo viaggione estivo su Repubblica dedicato alle “case degli spiriti”. Le parole non dette rimangono attaccate ai muri non più abitati dallo sguardo degli uomini.

Un professore di filosofia a Oxford, Nick Bostrom, intervistato dall’Atlantic ha detto che noi stiamo un po’ sottovalutando il rischio potenziale di un’estinzione umana. In effetti è un’eventualità che qualcuno ha già studiato. Basterebbero 24 ore per fare svanire l’inquinamento acustico, 48 per quello luminoso, e in tre mesi diminuirebbe di un bel po’ quello atmosferico. In 10 anni non ci sarebbe traccia di metano nell’atmosfera, in 20 le strade rurale e i villaggi verrebbero ricoperti dalla vegetazione, in 50 i mari e gli oceani si ripopolerebbero di pesci, mentre fiumi e laghi sarebbero ripuliti da nitrati e fosfati. Tempo 100 anni, alberi e sterpi crescerebbero sulle grandi strade e tutto dentro alle grandi città, nel giro di 200 anni collasserebbero i ponti e le strutture di metallo, in 500 anni le barriere coralline si ritroverebbero completamente rigenerate e, tra 1000 anni, ogni edificio scomparirebbe, mentre l’anidride carbonica nell’atmosfera tornerebbe a livelli preindustriali. Poi succederebbe che perfino gli oggetti in vetro e in plastica sarebbero dissolti. Il problema è che nei libri e nei film l’umanità si è già estinta una sacco di volte, ma poi, per esigenze narrative, non si estingue mai del tutto: qualcuno rimane a rendere la storia una storia, o almeno a raccontarla.

Cone nel racconto di Cormac McCarthy, “La strada”: c’è un padre, un figlio, e un carrello della spesa. “Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso”. Le rovine sono una malattia. Questo chiodo arrugginito chi l’ha piantato? E questa pietra, quante volte è rotolata? E i passi di quelli che ci hanno preceduto, li sentite? Ogni posto abbandonato alimenta l’immaginario di un pianeta abbandonato e consegnato alle cose più durature che ci abbiamo costruito, e agli animali e alle piante, e suggerisce l’idea – fondamentale e terribile – che le cose continuino anche senza di noi. Un film dove noi non ci siamo più, spariti, e che continua ancora.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 29 marzo 2012


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