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La carica dei meno peggio

Quando il campanile del municipio ha rintoccato il mezzogiorno le porte dell’ufficio elettorale si sono chiuse. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. A Gaeta si sono presentati 8 candidati sindaco, con 28 liste e 437 candidati al consiglio comunale. Praticamente significa un candidato ogni 45 gaetani, poppanti compresi. Siamo al delegato di condominio. Tutto ciò pone vari problemi da risolvere. Alcuni hanno a che fare con lo stato di salute del nostro sistema democratico. Altri riguardano più semplicemente il quieto vivere. Con una tale mole di candidati e un’esagerata frammentazione del quadro politico nessuno può sentirsi al sicuro. Un fratello, una sorella, un amico, un cognato o perfino un’ex fidanzata belli pronti a chiederti il voto ce l’hanno tutti. Accampare scuse (“sai, io sono di un’altra parte politica”, oppure “ma quel candidato sindaco non mi convince”) non regge di fronte al dissolvimento delle ideologie e soprattutto alla generale e fatalistica tendenza al meno peggio che domina questa campagna elettorale, dove ogni candidato che occhieggia dai manifesti sembra dirti “votami, lo so che non ti fidi ma io faccio meno schifo degli altri”.

“Ma non stavamo nell’epoca della sobrietà tecnica? Qui stanno tutti assatanati” mi dice un mio amico al telefono da Gaeta. I partiti sono divisi, i civici al governo che se la tirano da tecnici perdono pezzi mentre ne guadagnano altri, la destra ne approfitta celando vecchie magagne dietro una faccia ripulita e il centrosinistra indeciso sul treno cui attaccarsi finisce per restarci sotto, e poi vi è la gente che vorrebbe dei partiti veri, una buona amministrazione e forse anche qualche piccolo favore. Il paese è allo sbando e si odono qua e là grida e lamenti. Cosa si può fare per mettere ordine in questa confusione? Le truppe sono ormai schierate. Il campo di battaglia è definito (e piuttosto affollato). Appariranno manifesti con grossi pesci abboccati all’amo (questa volta non si sa chi li metterà), immagini tuonanti del sindaco uscente Raimondi con il volto di diavolo (ovviamente messi dall’opposizione), dossier su presunte affiliazioni massoniche del candidato Pdl Mitrano, o magari fotografie di baci sulla bocca tra lui e il senatore fondano Fazzone (baci mafiosi, ci mancherebbe), vedremo comizi in cui sedicenti politici di sinistra rimprovereranno aspramente altri sedicenti politici di sinistra di non essere abbastanza di sinistra, e duelli televisivi in cui i giornalisti locali si accuseranno ognuno di essere l’Emilio Fede di qualcun altro. Si vedranno ancora le immagini del porto e dei monumenti, dell’area Agip e delle spiagge senza regole, e si parlerà di lavoro che non c’è e di ambiente da riqualificare, sia per una parte che per l’altra. Tutte tematiche e questioni drammatiche e urgenti, ma che passati ormai così tanti anni pare quasi brutto risolvere, sennò di che ci mettiamo a parlare alla prossima campagna elettorale? Poi alla fine – in una domenica di inizio maggio – si udiranno grida e squilli di tromba, e tutti tappandosi il naso andranno a votare. Così andranno le cose, perché alla fine così vanno sempre, e tutto il mondo è paese. Pare di sentirli i candidati che ci occhieggiano dai manifesti e dai santini, come se parlassero a ognuno di noi, come se elemosinassero un po’ della nostra attenzione, “dai, in fondo non mi hai votato e sopportato fino a ieri?”.

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Luca Di Ciaccio • 4 aprile 2012


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