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Golgota materano

Nei canyon della Murgia esplode l’ultimo tramonto, bagnato di pioggia. All’ora del Vespro, dentro la Chiesa madre di Montescaglioso le madri e le figlie preparano la veglia di Pasqua come fosse uno sposalizio. Spuntano addobbi di ranuncoli, anemoni, fresie, narcisi. Due mariti trasportano un grosso ramo di pesco. In mezzo all’altare una ragazza con l’asse e il ferro e la stessa padronanza di una sacerdotessa stira e ammira i pizzi e le tovaglie naturalmente bianchissime. Di lato, appoggiato alla balaustra, il prete in tonaca nera fa le prove di gregoriano, un’occhiata al libro e una al fondo della chiesa, “il segreto è non prendere mai fiato” gli suggerisce un ragazzo che s’affaccia dalla sagrestia.

Fuori c’è la vita che spunta dappertutto, la primavera carica di pollini e risvegli, ma anche la morte, e improvvisi rovesci temporaleschi. L’ombra sale tra i muretti a secco, gli anfratti, i capperi rampicanti e il timo, le grotte con vecchi disegni di santi con gli occhi strabuzzati e moderni graffiti d’amore vandalico. I falchetti invadono il cielo, poi escono i pipistrelli, e la luna, spuntando dalla parte della Puglia, inonda i macabri bassorilievi barocchi della chiesa del Purgatorio. Sono scheletri di papi, notai e contadini che si contorcono gridando a Dio l’eguaglianza degli uomini. Eguaglianza solo in morte, perché il vescovo Lanfranco viveva da solo in seimila metri quadrati. E poco più in là – nelle grotte dei Sassi – si stava in quindici in trenta metri quadri, con il maiale e le galline.

La brezza appenninica investe Matera che pare un presepe che sta lì lì per franare, popolato di lumini. Lo immagini set di mille passioni, croci fanatiche grondanti sangue alla Mel Gibson, o apostoli con la faccia di proletari alla Pasolini, o magari giovani basilischi provinciali incapaci di spiccare il volo, oppure i volti sudati di uno spaghetti western mai realizzato ma che ci sarebbe stato bene, laggiù, con tre croci e i cespugli sotto il sole. Dall’altro versante del canyon, sui picchi di roccia, tecnici e figuranti fanno le prove per la rappresentazione per la sera di Pasqua, con croci innalzate sullo sperone tufaceo e giochi di luce laser. La guida, con naturalezza, si volta e indica la roccia laggiù in fondo, e dice: “Ecco, quello è il Golgota”. Allora una mamma lì vicino si abbassa accanto al figlio, un ragazzino sui nove anni, e indicandogli la roccia dice: “Guarda, c’è un signore sul Golgota”.

matera

Luca Di Ciaccio • 11 aprile 2012


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