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Sindaci sull’orlo di una crisi di nervi

Nelle favole è sempre un infante a dire che il re è nudo. Stavolta è stata una graziosa bambina, dall’età apparente di otto anni, a svelare le nudità della campagna elettorale gaetana, dalla fascia tricolore in giù. La bambina  era in piedi, al centro della platea del teatro Ariston, quello delle grandi occasioni. Nelle mani un coniglietto bianco, di peluche. “Come si chiama questo coniglietto?” le ha chiesto Anthony l’Americano, il sindaco, mentre passeggiava comiziando, su e giù tra il pubblico. “Si chiama Cosimino” ha risposto la voce dell’innocenza, “te lo regalo”. Lì è iniziata la gag antropomorfica, col sindaco Raimondi che si carezzava il coniglio, “Cosimino, come sei carino, ma perché non vuoi confrontarti con me, ti faccio mica paura? Cosimino, guarda che io non ho niente contro i conigli, anche se vogliono fare il sindaco, al massimo me li mangio”. E via così, di fronte alla platea, un po’ ridanciana ma invero assai perplessa, compreso in prima fila qualche dirigente provinciale e regionale del Pd, “ma voi siete proprio sicuri che è questo il sindaco civico d’altro profilo da sostenere?”.

“Vuol dire che al prossimo comizio di Cosimino prenderemo il pupazzo di un topolino con in bocca un pezzo di formaggio” ha risposto, off the record, uno dello staff elettorale di Cosimino Mitrano, candidato sindaco del Pdl, con neanche tanto velato riferimento alla famiglia Soriciello, antico soprannome della dinastia italo-americana dei Raimondi. Insomma ci voleva l’incolpevole bambina a dimostrare che questa campagna elettorale gaetana del 2012 non risparmia colpi bassi e crisi di nervi. “Ma lo sanno che tra nemmeno un mese tutto questo finirà? E molti riusciranno a conservare ancora la stessa faccia?” mi dice un amico seduto al tavolo di un bar, mentre al bancone una signora protesta perché non vuole la bustina di zucchero con la pubblicità di un candidato sindaco, “io a quello nel mio caffè non ce lo metto!”. Eppure dietro questa selva di livori pare di individuare gli idealtipi di questa campagna, i tre tarocchi di questo

Dino Pascali, dj da discoteca prestato alla politica, è uno che sa come creare l’atmosfera. Quando nella sala – strapiena – dell’hotel Mirasole dove la coalizione di centrodestra “Per il bene di Gaeta” presenta il suo programma e il suo candidato sindaco, su un maxischermo viene proiettato un documento, una lettera di referenze, carta intestata del Comune di Fondi e firma del commissario prefettizio Guido Nardone, tutti si bloccano. Un prefetto, mandato in un Comune che rischiava di essere sciolto per mafia, che ringrazia il dirigente con cui aveva proficuamente collaborato. Cosimino Mitrano è quel dirigente e forse tra poco sarà sindaco di Gaeta in quota Pdl, ma adesso annuisce in un angolo, “ecco che gli scappa una lacrima” fa notare il dj Pascali. Ci spera Mitrano che questo “certificato antimafia” pronto all’uso, e già stampato sulle migliaia di copie del suo programma elettorale (“il mio programma è la Bibbia!” garantisce), faccia dimenticare quegli altri certificati antimafia che lui invece pare omettesse di chiedere alle aziende che facevano affari col Comune di Fondi. Ci spera che l’onorabile firma di un Prefetto valga più delle tante foto col suo padrino politico Claudio Fazzone, senatore fondano del Pdl, che invece le firme le metteva per vergare centinaia di lettere di raccomandazione alla Asl. Tanto lo so, dice, che queste chiacchiere giudiziarie non mi faranno perdere voti, ma la mia è una questione di onorabilità dmalriuscito incantesimo di provincia.

“Il fatto è che oggi la politica si fa in maniera sporca, ma nell’odio antipolitico ci finiamo dentro tutti”. Franco Schiano soppesa le parole mentre gira il cucchiaino nel tazzina di caffè. Mezzo cronista, mezzo politico, l’estate scorsa si fece venti giorni di carcere per lo scandalo appalti che fece crollare tutta la giunta di centrodestra sull’isola di Ponza. “Il fustigatore è stato punito” scrissero alcuni fans del sindaco di Gaeta su Facebook, ricordandosi delle critiche che Schiano, da cronista sui giornali locali, rivolgeva a Raimondi. “Io sono sicuro che uscirò innocente da questa storia, e anche con Raimondi ci siamo chiariti. Ma vedo un brutto clima. Bisogna avere rispetto per le persone, perché spesso gli schizzi di fango tornano indietro a chi li ha lanciati. Da quello che si sa i nostri candidati sindaco sono tutti puliti, diciamo così. Allora a cosa serve questa campagna giustizialista? Solo a ricompattare i propri elettori delusi, o a mettere in guardia la stampa, perché poi alla gente comune non arriva niente di tutto ciò”. Lui preferisce tenersi fuori dalla mischia. “Oggi per amministrare bisogna sapere dire dei sì e dei no, e poi se ti vogliono incastrare stai sicuro che un modo lo trovano sempre”.

Intanto sui manifesti e negli spot televisivi Mitrano ha la faccia del predestinato, di colui che vive nel celeste regno di chi sente già la vittoria in tasca e la fascia tricolore sulle spalle. Può darsi che i gaetani vogliano un salto di qualità. Sembrano troppo inconcludenti i politici che si vantano della propria onestà e che volevano vendicare i lustri passati di mala amministrazione. Sembrano troppo pasticcioni i loro predecessori, quelli che uscivano dalla banca con in tasca mazzette di soldi pubblici da distribuire ad amici, parenti, amanti, più o meno bisognosi. Forse pure gli antipolitici, di destra e di sinistra, questo vogliono: un politico che salvi le apparenze ma faccia i favori, un uomo che amministri gli affari degli amici, che abbia un occhio di riguardo per i questuanti, e che sappia fare i conti. E’ lo spettro italiano che si affaccia a ogni cambio di regime o di repubblica: il problema non è che chi comanda mangia, ma che si scordi di far mangiare gli altri che stanno sotto. Scrive l’ex giudice di Mani Pulite Gherardo Colombo, nel suo libro intitolato “Farla franca”, che gli italiani stanno ancora come li descriveva il poeta Leopardi due secoli fa, singoli che si disinteressano della loro comunità, gente che il fango rende cinica, non più in grado di credere a niente e a nessuno. Peccato che questo sia anche il miglior terreno per far prosperare corruzione grande e piccola, e sue pericolose saldature criminali. Ma, per fortuna, a Gaeta saremmo in buone mani: tra chi il male l’ha visto e dice di esserne uscito indenne, e chi sostiene ogni giorno di combatterlo ma ogni tanto non lo riconosce.

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Luca Di Ciaccio • 17 aprile 2012


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