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La nave naufragata

Il naufragio è un fermoimmagine. Da mesi una nave immensa se ne sta addormentata a pochi metri da terra, reclinata su un fianco. Sulla riva la gente si mette in posa e si fa fotografare. La balena, arenata in mezzo alle onde, senza più vita, forse con ancora un paio di morti nella pancia, sta lì in fondo al porticciolo coi ristorantini, i bar, i negozi coi souvenir delle vacanze. Quando i traghetti si avvicinano la gente si sporge, le signore tirano fuori le macchinette fotografiche sfidando il rimbalzo delle onde, i padri indicano ai ragazzini, una ragazza col cane al guinzaglio sola si gira dall’altra parte e si fa il segno della croce. Succedono le cose che uno immagina: sulla scogliera le coppiette o le famigliole si mettono in posa, sorridenti come davanti a una torre di Pisa o a un bel tramonto, e si fanno scattare una foto. Saluti dal naufragio. E tu cosa vorresti fare: scattare le foto a quelli che scattano le foto? Sarebbe patetico.

Il tempo che si presenta attraverso una raffica di fotografie, immagini che per un secondo occupano il campo visivo e invadono la nostra attenzione, ma poi scompaiono sostituite da altre e da altre e da altre ancora. È un’infinita successione di diapositive slegate, che non possono formare sequenze. Ci sono gli shock del momento, poi i fotoromanzi dei giorni che seguono – il capitano che scappa, in questo caso, la sua amante moldava, il sacerdote nascosto in ritiro spirituale nel casinò della nave, la guardia che da terra gli ordina salga a bordo cazzo – poi le fotine souvenir scattate col cellulare per chi arriva a vedere il set di un telegiornale ormai smontato. “Meglio passare larghi che passare da stupidi” dice un vecchio detto da marinai. La gente si immedesima ancora nelle figurine fatte apposta per essere raccontate, l’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo. Ma chi può sapere cosa mettere in garanzia di se stessi di fronte all’agguato della viltà, nel palazzo che brucia o sulla nave che affonda? Chi sono io? Cosa avrei fatto? Ognuno di noi ha in mano un biglietto da passeggeri, e solo al fondo della notte sapremo se siamo Schettino, un marinaio coraggioso o semplicemente una vittima. La verità si scopre solo nell’acqua o nel fuoco. Fino ad allora, navighiamo a vista.

Il naufragio, comunque, è una metafora perfetta. Mette allegria, dice Lucrezio nel De rerum natura, “quando sul mare si scontrano i venti / e la cupa vastità delle acque si turba, / guardare da terra il naufragio lontano: / non ti rallegra lo spettacolo dell´altrui rovina / ma la distanza da una simile sorte”. Solo che qui non si è trattato di guardare un naufragio a distanza, qui c’è stata una nave che ha fatto naufragio avvicinandosi per farsi guardare. Il Titanic, comunque, ci ha messo decenni per diventare una grandiosa metafora. Il ballo sul ponte, la musica e il tempo che se ne va mentre tutto rovina, l’impudenza dei comandanti. Alla nave davanti l’isola del Giglio sono bastati pochi minuti. Quando si è così a mal partito, tutto fa da metafora. Intanto, commercianti e ristoratori dell’isola hanno affisso in giro per il comune dei cartelli che invitano ad ammirare le bellezze dell’isola e a transitare con rispetto ad almeno 150 metri dal relitto della nave Concordia. Per la rimozione, dicono i giornali, verranno degli americani e ci vorranno ancora molti mesi. Non è ancora chiaro se tutto questi giova oppure nuoce al turismo: le prenotazioni estive per ora sono scese del 20 per cento, mentre le gite giornaliere sono aumentate. E’ difficile perfino affondare.

giglioisole

Luca Di Ciaccio • 3 maggio 2012


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