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Un voto al metro

Il candidato sindaco è visibilmente gasato, come chi ha preso la rincorsa prima di schiantarsi dentro a un’urna elettorale appena aperta o di afflosciarsi nell’abbraccio di una fascia tricolore. Sui manifesti appesi ai muri la sua foto è rimasta la stessa delle precedenti campagne di partito e di paese, di provincia e di regione. È eccitato, perché ci sono persone che sono fatte così, quando le incontri per strada nel resto dell’anno hanno sempre quell’aria mogia e riflessiva, quell’indecifrabile sorriso un po’ triste e un po’ no, li saluti e loro ti rispondono senza rallentare, con quell’alacre andatura di chi sta andando a un appuntamento importante. Così io li lascio andare e poi magari me li ritrovo sotto l’ennesima elezioni, sorridenti, grintosi, come risvegliati da un letargo, come avessero appena risposto al richiamo della foresta.

Il candidato sindaco ieri sera aveva stretto tutte le mani che poteva stringere, aveva combattuto la campagna porta a porta bussando a tutti i campanelli cui poteva bussare, e ora crollava su una sedia bianca di plastica, nella sua sede elettorale che probabilmente fino a poco tempo fa era un negozio di abbigliamento, forse oggi schiantato dalla crisi. E così, mentre tutti gli chiedevano come si sentiva, e quali numeri sarebbero usciti da quel seggio, e quale direzione avrebbero preso quegli altri pacchetti di voti, lui se alzato in piedi e davanti a tutti ha detto: “I voti, signori miei, si sudano uno ad uno, tu vai a piedi da qui al barbiere Benedetto e sono cento voti, vai a piedi da qui al tabaccaio donna Rosa e sono duecento voti”. Poi si è rischiantato sulla sedia di plastica, si è acceso un sigaro e ha sospirato soltanto: “Questa è l’immensità”.

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Luca Di Ciaccio • 6 maggio 2012


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