Ludik

un blog

La solitudine del sindaco

“Ti ricordi quando c’erano tutti che mi festeggiavano, e c’era la fila per abbracciarmi, quelli che mi avevano votato e pure quelli che non mi avevano votato, anzi soprattutto quelli che non mi avevano votato e ora mi dicevano che avevano sempre creduto in me, e io dissi sul palchetto in piazza che sì, adesso ho vinto però il difficile viene ora che bisogna amministrare la città, non lasciatemi solo? Bhe, alla fine mi hanno lasciato solo”. Mancavano ancora alcuni mesi, pochi o tanti a seconda dei punti di vista, alle elezioni comunali e il sindaco diceva queste cose sorseggiando un amaro in un bar, sul lungomare. La fascia tricolore nel borsello, che ormai gliela chiedevano solo per farsi belli quando c’era da celebrare un matrimonio, la foto con gli sposi e quella col petto in fuori da postare su Facebook, non bisogna stupirsi se poi va a finire come al Comune di Roma dove la fasce tricolori sono scomparse e i funzionari hanno dovuto mandare una letterina cortese e insinuante a tutti i consiglieri: se per caso vi ritrovaste una fascia tricolore da qualche parte, in ufficio o a casa, siete pregati di restituircela, giacché le stiamo anche finendo, e ordinarle – coi tagli di bilancio che ci tocca subire – costerebbe troppo.

Non lo augurerei né a te né ai tuoi avversari di diventare sindaco, anche in questo paesone provinciale spiaggiato in riva al mare, gli avevo risposto. Uno si candida a sindaco perché vorrebbe fare l’attore e invece si ritrova a fare il lavoro dell’esattore, per dirla coi termini usati dal politologo Ilvo Diamanti qualche giorno fa. Pure adesso, nel mezzo delle elezioni amministrative, gli editorialisti sui giornali e gli anchorman alla tivù e i cinguettatori della Rete parlano dei partiti e delle coalizioni, di Monti e dell’Europa, di Berlusconi e di Bossi, di Grillo e di Bersani, e perfino di Casini. Molto meno dei sindaci. Sono passati vent’anni dall’approvazione della legge sull’elezione diretta dei sindaci – doppio turno, premio di maggioranza e limite di due mandati – la legge elettorale migliore in circolazione nella penisola. E dopo essere sembrati come i protagonisti del rinnovamento politico e istituzionale in Italia, ora i sindaci sembrano essere rientrati nell’ombra. Prima quando uno voleva contare qualcosa si candidava a sindaco, mica a deputato. Uno che faceva il professore di storia politica contemporanea e a un certo punto si è messo in testa di fare il sindaco a Forlì, e ha pure vinto, ora ha scritto un libro intitolato “Cinque anni di solitudine”, sottotitolo “Memorie inutili di un sindaco”. Dice che ha sperimentato in fretta la distanza fra le idee, i modelli e la realtà. I buoni propositi “illuministi”, l’idea di leadership “di governo legale-razionale, trasparente e soprattutto, a tempo”, velleità alla fine.

Il sindaco è solo, mi diceva il sindaco. “Faccio il parafulmini, pensano che il sindaco sia la causa di tutto, e naturalmente di tutto quello che non va, e ti rinfacciano dieci promesse al minuto”. Il sindaco è solo, ha ragione, anche se poi ognuno cerca i suoi alibi, quando ha fatto magari troppe promesse e non sa più come mantenerle, o quando sta per cadere, e non vede né paracaduti né poltrone di riserva per atterrare morbido. È solo perché non hai tempo per la famiglia e per gli amici, perché lo Stato ti impone nuove tasse dopo avertene fatte riscuotere altre, perché devi difendere il territorio ma poi per autofinanziarti sei obbligato a costruire nuove case che nessuno ha più i soldi per comprarsi. È solo perché i partiti non garantiscono più le relazioni con lo Stato e con la società, sono divenuti estranei, perché Roma è lontana, ma andarci non serve, visto che “i ministeri sono scatoloni vuoti” e, in questi tempi di crisi, non hanno nulla da darti, perché la società dei distretti e delle mille associazioni si è frammentata in mille interessi e in mille spinte individuali, mille orticelli conflittuali. Solo, infine, perché c’è “un luogo della responsabilità e della decisione che non è condivisibile con alcuno… e, fatalmente, fa percepire al sindaco la sua unicità”. Ai comizi, quando c’è da vincere le elezioni, poi sul palco tocca chiamare i comici, o al massimo i cantanti. Buttava giù il whisky, il sindaco, e diceva vabbe’, mi faccio una settimana di vacanza e torno come nuovo per la prossima campagna elettorale. Chissà se ha ancora voglia di vincere o di perdere.

comunali 2012elezioni comunali gaeta

Luca Di Ciaccio • 19 maggio 2012


Previous Post

Next Post