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Le bombe di maggio

E’ dentro a un finesettimana di maggio che si riaprono le ferite, tra una Repubblica e l’altra che si affacciano i fantasmi di un paese ferito e ballerino. È un bel casino crepare di sabato o di domenica, lo sanno tutti ormai. I palinsesti mattutini sono già tutti stabiliti, e nelle redazioni c’è talmente poca gente che lo scroll-down delle foto di tre quarti ci mette un sacco a caricarsi. Quando avevo sedici anni i sabati di maggio erano quelli che si aprivano davanti ai miei occhi come praterie spensierate, il dolore era quello per una ragazza che non ti dava retta, la paura era quella per un’interrogazione da cui volevi scappare. Un sabato di primavera, che i compiti non hai voglia di farli, li rimandi al giorno dopo, e allora scendevo a giocare, quando non avevo nemmeno dieci anni, la maestra di scuola era una vecchia signora democristiana che ci insegnava a cantare Bella Ciao, una sera tiepida che i televisori erano accesi sul programma della scommesse, e mio padre cerca l’edizione straordinaria del telegiornale, “è successa una cosa”, immagini di una strada squarciata, due macchine accartocciate in lontananza, la foto di un giudice coi baffi, il cartello verde con la scritta Capaci. “Lì dove hanno messo quella bomba ci vanno a studiare i figli di famiglie disagiate, l’ultimo presidio prima dell’abbandono” mi dice il mio amico Massimiliano al telefono, sua madre insegna lì, all’Istituto Professionale Morvillo-Falcone di Brindisi, “si è salvata che doveva entrare alla seconda ora”.

La memoria è proprio strana. Fa brutti scherzi. Ci sono episodi, facce, voci che ti rimangono impresse per sempre, definite e nitide come fossero accadute ieri. Altre volte succede che invece le immagini sbiadiscono, le voci e gli odori evaporano, e piano piano il puzzle che pensavi di avere completato si scolla così, un pezzo dopo l’altro. Anche perché non te ne accorgi subito. Succede come quando ripercorri a ritroso le storie d’amore, oppure i libri di storia. Ti accorgi dei segnali premonitori e delle deviazioni imboccate, e solo alla fine ne capisci il senso. Mi fermo adesso e ci metto un po’ a capire. Stento a decifrare stavolta, a ricostruire il puzzle di immagini e di voci e di scritte in sovraimpressione. Ma in realtà è che forse non voglio proprio capire. Le foto che vedo si confondono, lo zaino, il quaderno e la scarpa da tennis per terra, alla periferia di Brindisi, i lampadari, i tavoli, o i macchinari di fabbrica dietro i muri terremotati, nei paesi della provincia emiliana. Lo studente chiuso nel cesso della scuola a scampare la bocciatura, l’imprenditore chiuso nell’ufficio della fabbrichetta a fare i conti del fallimento imminente.

Le violenze insensate, di primo colpo, paiono somigliarsi: quella inevitabile della natura, quelle evitabili degli uomini. Dei terremoti, per esempio, si dice che tolgono la fede ad alcuni, in altri la rinsaldano. Le persone ieri a Brindisi, e altre persone oggi vicino Bologna dicono “sembrava una scena di guerra”, “era come dopo un bombardamento”. In Italia le persone che hanno conosciuto una guerra sono ancora molte, ma diventano sempre meno. Qualcuno è andato a vederla in giro per il mondo, in alcuni casi non occorreva nemmeno andare tanto lontano. Non so se faccia più paura un terremoto o un bombardamento aereo: gli uomini non fanno che emulare la natura, anche nello spavento. Cosa si può dire di intelligente su un massacro?, scriveva Karl Vonnegut. E poi certo, sì, il Chelsea ha vinto la Champions League, a Amici su Canale 5 ha rivinto la cantante Alessandra, e domani a Gaeta alle elezioni locali non si sa chi vincerà, ma i due candidati si rinfacciano accuse di mafiosità e al presidio in piazza per le vittime, con gli studenti ieri sera, non si sono nemmeno guardati e stretti la mano. E noi che non possiamo dare nemmeno la colpa dei terremoti ai servizi segreti, aspettiamo ancora una mezza rivendicazione per l’attentato di ieri, che altrimenti ci sentiamo un po’ coglioni a inveire non si sa contro chi alle manifestazioni. Sempre meglio un lutto cittadino, un lumino e una lacrima, un videoeditoriale e un appello da firmare che chiedersi non “chi è stato?” ma soltanto “cosa vuole da noi?”, cos’altro ancora.

Luca Di Ciaccio • 20 maggio 2012


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