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Memorie di Villa Adriana

Gli occhi non sanno misurare tanto bene e infatti si discute molto in questi giorni su quale sia esattamente la distanza tra le rovine splendide di Villa Adriana e i germogli fetidi della nuova discarica che vogliono far sorgere lì accanto, appena oltre i campi di grano e le cave di travertino.  C’è chi dice che la distanza è di tre chilometri, chi di settecento metri. Il problema è che anche Villa Adriana non si sa quanto sia grande, sono almeno 120 ettari, ancora in parte da scavare, solo per una piccola porzione visitabili, anche perché ci vorrebbe più personale e più manutenzione, ma i soldi sono sempre pochi.

Le rovine si addicono a questo Paese, ricco di storie trapassate e ideali defunti, sono metafore già pronte all’uso per un popolo sbadato e sfrontato come il nostro, e siamo abituati a vedere le vestigia in mezzo al degrado, la rovina delle rovine. Loro, le rovine, stanno lì e non chiedono nulla. Sono io invece che mi aggiro tra colonne e marmi, cercando anche una risposta all’interrogativo che sorge più spontaneo: “a chi è passato per la testa di mettere una discarica proprio lì?”. E’ l’Italia che è così. Un posto di competitiva arretratezza in cui si costruiscono ancora le discariche fuori da città che non raggiungono il venti per cento di raccolta differenziata.

“Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte d’una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta d’un sogno” sta scritto nel libro “Memorie di Adriano”, il capolavoro di Marguerite Yourcenar. Quando arrivo su piazzale Yourcenar non vedo nemmeno una guida abusiva o un centurione pataccaro con la scopa in testa, dove non c’è vita non ci sono nemmeno i parassiti, boccheggio sotto il sole e in mezzo ai pollini cercando inutilmente un bar, poi incontro sperdute coppie di americani in vacanza e vocianti scolaresche che facevano un pic-nic sui prati, annoiate da tutti quei ruderi. L’erba comincia a seccare e a diventare gialla. Gli ulivi sono bellissimi. Le cartacce e le bottiglie di plastica abbandonate per terra sembravano già il prologo della discarica annunciata, oppure l’epilogo di tutto.

Racconta Francesco Merlo su Repubblica stamattina che “Villa Adriana, si sa, è un posto dell’anima, il trionfo della voluttà architettonica, un florilegio dei capricci edilizi di un grande imperatore: la sala del banchetto, la piscina, il teatro marittimo, la piazza d’oro, il pecile, il canopo, le terme, la biblioteca…. E mi viene il pensiero semiserio che tra altri duemila anni anche la villa di Berlusconi in Sardegna sarà visitata da una signora dell’Oregon con la tuta a fiori alla ricerca della sala del bunga bunga o delle cucine ipogee del cuoco Michele, o ancora dell’approdo sotterraneo, un mondo di voluttà più per Trimalcione che per Adriano, più il Satyricon di Petronio che il romanzo della Yourcenar”. Si accendono le luci della sera, i casermoni e i discount fanno ombra addosso ai colli, la Tiburtina si popola di prostitute. L’Adriano della Yourcenar diceva: “Io sono il custode della bellezza del mondo”. Forse il problema non è la discarica in sé, è la discarica che è in noi.

tivolivilla adriana

Luca Di Ciaccio • 25 maggio 2012


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