Ludik

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Primavera Sound

Sarà la crisi economica, anche sui giornali il premier Rajoy dice che non stanno sull’orlo di nessun baratro, loro, saranno i ricordi alterati dalle troppe birre di passate e più giovanili vacanze, sarà per tutti quei dropout scazzati che vedo in giro e che sono il tratto distintivo di tutte le città di mare, ma appena arrivo è già sera e Barcellona stavolta mi sembra più smorta del solito. Però ho imparato che in certe città le cose più belle e toccanti e vere, anche nei loro tratti di più spudorata falsità, si trovano poco a lato della luce dei riflettori. A dieci metri dalla Rambla, dai mimi, dai suonatori di strada, dai banchi che vendono usignoli e pappagalli.

Il gran mercato della Boqueria, coi cancelli chiusi, lascia intravedere solo polvere e serrande umide, e quella puzza di fogna che pare di sentire ovunque, ma all’alba si animerà di nuovo di urla e odori, di ortaggi e pesci, prosciutti appesi e olio di mille fritture, in tutta la sua magnificenza nel rumore e nelle luci dei flash delle digitali da quattro megapixel. A quell’ora invece chiuderanno i bar nei vicoli del Raval, dove non si trovano cervezerie e saltimbanchi, ma alberghi a mezza stella e bazar cinesi, matrone e studenti stranieri, insieme ai sudamericani che pippano coca sul tetto delle auto e alle puttane ciarliere agli angoli delle strade. Fuori città, al Parc Forum, tra strutture in cemento armato, pannelli solari che sembrano vele, palme e mare, il festival del Primavera Sound sfodera un cast che dalle nostre parti riuscirebbe appena riempire un club e che qui invece raduna una folla immensa di persone, maree di magliette a righe e occhiali strani, e senza nemmeno bisogno di uno straccio di proclama politico un tanto al chilo.

Alla fine col caldo e lo sciame di ragazze e turisti e skaters resto ad ascoltare i gruppi dai nomi per me finora sconosciuti, quelli che sono giovani ma rifanno la new-wave o rifanno il rock inglese degli ottanta, e respiro quell’aria di vacanza apparente, che per alcuni di noi è solo un lavoro interrotto, e per altri ancora un lavoro nuovo da cercare, e penso a come cambia il concetto di spensieratezza e di vacanza a seconda dell’età in cui torni in un posto, e a come resta invece uguale l’aria sospesa delle città di mare, fatta di cose finite e di cose non ancora iniziate, quando l’estate sta appena per cominciare.

Luca Di Ciaccio • 4 giugno 2012


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