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Repubbliconi

Sarò lontano il prossimo weekend e quindi, che peccato, non potrò essere in quel di Bologna alla festa di Repubblica, un giornale che compro da anni, Repubblica, il quotidiano che nel fine settimana propone foto di cavolfiori, di vecchi manifesti di gare cicloturistiche degli anni Cinquanta, tutto a doppia pagina, tutto largo, riposante, così schizofrenico rispetto a una qualunque prima pagina degli ultimi decenni di Repubblica, sempre pronta a denunciare il disastro civile, la catastrofe culturale, lo spazio concesso alla rassegnazione pur senza malinconia, la prospettiva che l’apocalisse verrà e avrà gli occhi di questo e quello, ma non prima di aver sentito qualche comico, un attore, uno scrittore, di avere visto un inserto sulle case con terrazza o dei broccoletti verdi a doppia pagina.

Repubblica che è stato il quotidiano della mia professoressa democratica di italiano alla ragioneria, lei molto elegante ma anche un po’ provinciale, coi suoi temi d’attualità e i ritagli delle rubriche di Galimberti, il collo di pelliccia e i cappuccini mandati a prendere alla macchinetta in corridoio, pronta a spiegarci Giovanni Pascoli ma pure Fabrizio De André, fresco defunto ma già sulla via della laica canonizzazione, la sua ribellione poetica già pronta per essere consegnata mani e piedi alle antologie ministeriali, la mia professoressa democratica con Repubblica posato sulla cattedra, negli anni Novanta degli ulivoni prodiani e dei baffetti dalemiani, quel Berlusconi lì no non tornerà, tuttavia pronta a stigmatizzare la condotta eccessivamente massimalista della sua collega di inglese, che in classe portava il Manifesto ed elogiava le proprietà terapeutiche della cannabis, e che invece mi faceva tanti complimenti per i miei temi ma il voto più alto non me lo metteva mai, per via di certe battute fuori luogo, che rompevano l’armonia del testo, un testo che doveva essere possibilmente come quello di un qualsiasi articolo di Repubblica, che sembravano scritti tutti dalla stessa persona, con la stessa lingua, molto educata e un po’ deprimente.

Repubblica che prima ancora era il quotidiano comprato da quella signora con delle tette enormi e un marito barbuto a cui ogni estate mia nonna affittava una casa al mare, e che la vedevo alle undici di mattina scendere in topless sul viottolo di campagna che portava al mare, tra sguardi di contadini anziani e con le mani nodose, non ancora sdoganati dalla retorica slow food di un Petrini qualunque, chini sulle loro lattughe e sui loro pomodori che oggi chiameremmo biologici ma allora non lo erano, perché una mano di Roundup bisogna darla per forza per scacciare i vermetti, e d’un colpo allibiti dall’apparizione della signora in topless con marito, che avanzava tra i campi con l’incedere spedito delle forze laiche e liberali di fronte al mondo rurale, il passo sicuro delle buona borghesia di città, l’andatura spedita delle forze progressiste pronta a conquistare il posto al sole in spiaggia, ovviamente con la copia di Repubblica sotto braccio, coi i titoli anticraxiani e le sviolinate demitiane, e la prima lotta contro quel Cavaliere brianzolo e la sua sete di conquista che non preannunciava nulla di buono, tutto che si strofinava contro quelle tette enormi, fieramente senza costume. Che poi lei, la signora, appena conquistata la prima fila in spiaggia, posava Repubblica e si metteva a leggere Novella 2000.

L’ho continuata a comprare per anni Repubblica, schivando gli altri quotidiani, i settimanali, l’approfondimento, la stampa dei salotti buoni e quella dei partiti cattivi, i fogli frondisti e ora le gazzette manettare, schivando i ritorni puntuali delle analisi su come il nostro tempo sia alla fine, l’ora del chiudersi alle spalle un paese che non ha nulla da dire, e l’ondata delle altre analisi che invece prevedono un nuovo inizio, la rinnovata capacità di rinnovarsi e ripartire, la forza inaspettata di un paese che trova nelle sue debolezze il trampolino di lancio per una rimonta fatta di cuore e volontà. E comunque l’ho continuata a comprare Repubblica, pur non riuscendo sempre a leggere fino alla fine le omelie domenicali di Scalfari, pur nascondendola talvolta – al contrario della villeggiante in topless della mia infanzia – dentro Novella 2000 in certi ambienti liberal pure di sinistra dove non pare serio averla sottobraccio, e poi andando sulla rassegna della Camera e sugli altri siti a scroccare altri giornali da leggere, che fossero il Corriere o il Foglio o la Stampa, eccetera. E sarà un peccato ora non essere al grande evento, alla “grande rivisitazione dell’attualità contemporanea” come scrive il direttore Ezio Mauro a proposito della festa, per quella che chiama “la community, formata dal quotidiano insieme con i suoi lettori, a unirli, appunto, c’è un’idea, quella che ripetiamo sempre per spiegare chi siamo, usando una formula di Gobetti, una certa idea dell’Italia”, ed è quello che i critici di Repubblica chiamano “azionismo moralista elitario e giacobino” e che gli ammiratori di Repubblica chiamano “giornale agorà della società civile”.

Sarà un peccato per me non portarmi nella “Repubblica delle idee” in cui allegramente portare il cervello all’altezza di Repubblica, ma forse anche un po’ all’ammasso se penso alle orde oceaniche di tutti quei festival del pensiero molto alto e molto semplificato, con file e pioggia, liti per le code e conferenze sold out, tra tutti quei partecipanti che immagino di età e cedo medio riflessivo. Nello spleen di Parigi, come Baudelaire, penserò ai “gazzettieri filantropi”.

Luca Di Ciaccio • 12 giugno 2012


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