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Storie parigine

Forse c’entra l’iconografia. Quel fenomeno per cui ci sono città in cui, quando ci arrivi, sai già che troverai un pezzo del tuo immaginario ad aspettarti, seduto sulla panchina di una stazione come a volerti dire, con aria di sfida, “vediamo se era tutto come ti ho fatto credere io”. Tutto quel bianco e nero, quelle stazioni di metropolitana piovose, quei padri con bambini sorridenti e baguette sotto braccio, quei caffè dietro i cui vetri guardare fuori con aria malinconica. Io una storia inelegante non la ambienterei mai a Parigi. Sarà la loro bravura ad aggiornare e modernizzare i quartieri lasciando quanto basta di suggestivo. Sarà il fatto che il centro della città è considerato anche un posto in cui vivere e non solo un quartiere per impiegati in giacca e cravatta e turisti con le macchine fotografiche al collo.

Dalle parti del distretto pedonale di Saint Denis, primo arrondisement, per esempio, chi ha progettato le specializzazioni commerciali delle strade doveva avere ben chiari in mente i bisogni fondamentali dell’uomo (e pure della donna). Su una strada si alternano panifici, fruttivendoli, pescherie, alimentari di vario genere. Sull’altra strada, la parallela, quasi tutti sexy shop, con rare eccezioni, un negozio che vende vestiti su misura per cani e gatti, un altro specializzato nella vendita di bottoni. Mi aggiro cercando le tracce dei vecchi passages parigini, tanto studiati all’università, il feticismo della merce e tutti quei discorsi lì, ma la polvere mi fa sempre starnutire, così è in un bistrot che poi si va a finire, e poco importa che a quest’ora servano più mojito che Bordeaux.

Alla fine mi accorgo che Parigi – come la grandissima parte delle città del mondo occidentale – non è che un miscuglio di borghi piccoli e separati tra di loro, città dentro la città che hanno poco o nulla in comune, vicini di casa che non si parlano tra di loro, luoghi dove la distanza non si misura più in classi sociali, dove conta lo stare in alto o lo stare in basso, ma in aspirazioni individuali, dove l’importante è sapere se si è al centro o in periferia, quella periferia che è la zona della grande incertezza e delle tensioni, in cui le persone non sanno se finiranno per far parte degli “in” o degli “out”, e dove l’immobilità dei ruoli e delle posizioni nella scala sociale sembra ancora più inscalfibile. E insomma, come dice un amico mio, l’Arco di Trionfo è sempre un bel vedere, se si danno le spalle alla banlieue e si fissa lo sguardo verso Place de la Concorde.

Luca Di Ciaccio • 16 giugno 2012


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