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Facce da Gioconda

Hanno calcolato quelli che scrivono le guide turistiche che a volerlo visitare tutto, il Louvre, fermandosi a contemplare ogni opera delle decine di migliaia esposte, ci si impiegherebbero circa nove mesi. Eppure la Gioconda al Louvre più che esposta è nascosta, è un piccolo quadro che non si ha il diritto di guardare con calma e da vicino, il traffico dei visitatori, sottoposto al controllo delle guardie, è regolato con il senso unico, si intuisce che vernici e olii sono cupi o sbiaditi, persino gli occhi marrone di Lisa Gherardini o Isabella Gualanda o Pacifica Brandano sono diventati incerti, il suo sorriso enigmatico che tutti osservano senza capire, e in mezzo alla folla nessuno vede nulla ma tutti riconoscono l’idea che hanno già nella loro mente, o nei libri più o meno ispirati che hanno letto, nelle teorie più o meno bizzarre che hanno sentito, nelle ossessioni che ognuno di noi ha bisogno di confermare.

Quando un italiano vittimista e male informato, uno che credeva sbagliandosi che il quadro di Leonardo da Vinci l’avesse rubato Napoleone, si prese la Gioconda e se la nascose sotto il letto, restando impunito per un paio d’anni, la stampa si inventò capri espiatori e la polizia brancolò nel buio: arrestò Apollinaire portando come indizio le sue poesie in cui dichiarava di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all’arte nuova, incriminò Picasso sospettato di peccati di invidia cubista, forse sospettò pure di Freud che guardando Monna Lisa immaginava l’amore di Leonardo come omosessuale, e meno male che Duchamp coi suoi baffi non era ancora nato, e nemmeno Gigliola Cinquetti e figuriamoci Dan Brown. Quando un altro che ce l’aveva col mondo lanciò, anni più tardi, un sasso contro il dipinto, e un altro ancora tentò di spruzzarci addosso dell’acido, fu Salvador Dalì a spiegare che era un “caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre, perché un museo è una casa pubblica e nel subcosciente di una mente infelice è come un bordello. E in questo bordello vede il prototipo dell’immagine di tutte le madri. La presenza angosciante di sua madre che gli lancia uno sguardo dolce e gli rivolge un sorriso equivoco, lo spinge a un atto criminale”. Ancora oggi al Louvre  raccontano di svenimenti, di ragazze dai nervi sofisticati,  di un’americana di Lincoln, Nebraska, che sudata e tremante ripeteva nell’infermeria del Museo di avere, sin dalla più tenera età, messo la bellezza e il godimento artistico in cima alle proprie ambizioni. La teca di vetro che protegge oggi la Gioconda l’hanno fabbricata vicino Milano e dicono resista anche ai kalashnikov e alle granate.

Nemmeno la teca più potente salva oggi la Gioconda dai veri ladri, che sono quelli sguardi rapiti e un po’ ebeti, ci fosse un giudice della bellezza arresterebbe loro, come e più di Apolinnaire cent’anni fa, li interrogherebbe per sapere come si sentono, spettatori o complici, alla ricerca di una verità o di una bugia, se quello che vogliono è l’evasione verso un mondo immaginario o l’introspezione in qualche trauma tutto interiore, oppure solo il feticismo di uno scatto sgranato col telefonino, senza nemmeno riuscire a inquadrare l’ingorgo di piacere e dispiacere, il combattimento tra sofferenza e gioia, afflizioni e autoafflizioni, che sta in un solo sorriso. Guardo la guardia ferma di lato alla Gioconda, le gambe dritte, i piedi per terra, le braccia incrociate, l’uniforme in giacca e cravata, i capelli bianchi, la faccia rugosa da attore di western capitato lì nella Salle des Etats, una smorfia sul viso, lo sguardo dritto a perlustrare con gli occhi la folla accalcata davanti l’ultima transenna. Anche io alla fine sono venuto in questa sala del Louvre per guardare la Gioconda e ho finito col guardare quelli che guardano la Gioconda, mentre il quadro si dissolve sullo sfondo di troppi enigmi e troppi souvenir.

Luca Di Ciaccio • 17 giugno 2012


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