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Una biblioteca di morti

Arrivo al Père-Lachaise avendo in testa, nella mia beata ignoranza, il Re Lucertola – o come diavolo chiamavano James Douglas Morrison. Poi entro, cammino sotto una pioggerellina che confonde, e leggo di Moliere, di Edith Piaf, di Maria Callas, di Amedeo Modigliani e via elencando. Il Père-Lachaise, come ha scritto Francesco Merlo tempo fa, è una “biblioteca di morti”, c’è chi si annoia, chi vaga alla ricerca di scoperte, nessuno che piange o si dispera. Nella biblioteca i libri sono cadaveri, assopiti come mummie, mentre qui i cadaveri sono libri pronti a dirci che “neanche sottoterra il sonno promesso è sicuro”. E dentro i libri, e nei monumenti, c’è il pretesto con cui la vita tenta di ingannare la morte.

Mi metto a guardare i monumenti diroccati, le porte chiuse di cui si saranno perse tutte le chiavi, le croci e le stelle di David, le allegorie e i simboli di chi cerca qualche consolazione e di chi per sempre la rifiuta, le mani di bronzo che stringono fiori ormai appassiti, le piramidi e gli obelischi, i mausolei che rivelano grandezze forse definitivamente estinte, i soldati cecoslovacchi e i mercanti alsaziani, le contesse morte sole col cuore spezzato dalla ragion di Stato e un cane a farle compagnia nella bara, i transfughi italiani e i nobili francesi, le fotografie senza colori. Insomma, tutto il racconto della vita attraverso la celebrazione della morte.

Dai cortei delle visite guidate alcuni turisti fotografano fantasmi. Nella piazza del crematorio un gruppo di persone è appena uscito dall’ultimo saluto a un amico o un parente che non c’è più, si danno pacche sulle spalle, alzano lo sguardo verso gli alberi. Sparuti visitatori romantici sostano di fronte a Proust, che è così fiorito proprio lui che era allergico ai fiori. Dietro alla vetrata che protegge la tomba di Wilde una ragazza infila un bigliettino con una frase scritta a penna. Nel viale passa una donna sola con la spesa sotto il braccio, i sedani e l’insalata che spuntano dalla borsa. Qualcuno sospira di fronte alle lapidi identiche di Moliere e La Fontaine, forse per illudersi di averli non solo letti, ma capiti, anche se lì non ci sono mai state le loro spoglie, c’è solo un bassorilievo con il lupo e l’agnello della favola. Altri passano davanti Yves Montand, e si ricordano di aver letto sui rotocalchi di quella volta, in un pomeriggio di freddo, che è stato disseppellito per dar prova con il Dna che sua figlia non è sua figlia. Ognuno salva qualcosa per sé, rubacchiando dalle opere dei morti per farli continuare a vivere, ripensando a un romanzo, sussurrando una canzone, fumando uno spinello, rievocando una guerra perduta. Esco da lì coi piedi stanchi e lo stomaco che brontola.

cimiteri

Luca Di Ciaccio • 19 giugno 2012


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