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La Defense

Lontano dai monumenti, dalla grandeur e tutta quella roba lì, c’è la cittadella della Defense, pronta a reggere all’assedio delle crisi economiche e delle tempeste finanziarie dentro i suoi grattacieli di vetro popolati da un esercito di banchieri e di assicuratori e di impiegati rigorosamente in giacca e cravatta, che sciamano tra porte girevoli e gallerie vetrate, su un paesaggio così enorme e metafisico fatto apposta per farci sembrare tutti come formichine che si affannano inutilmente a girare attorno indecifrabili percorsi. Il vento soffia tra i palazzi e il sole ogni tanto sbuca tra le nuvole, il cimitero di Neuilly appare giusto alle spalle dei vetri e dei metalli e degli ascensori che portano ai punti panoramici.

L’Arco appare quasi un puntino laggiù in fondo, alla fine dell’Avenue Charles De Gaulle, e il nuovo Arco della Defense sembra ancora più presuntuoso, così squadrato ed enorme e con tutti quei marmi di Carrara che lo ricoprono, tanto che alla sua inaugurazione – ormai un quarto di secolo fa – la stampa americana indispettita scrisse che ci sono più marmi qui che in tutti i bagni della Quinta Strada di New York. Eppure non sarà troppo una bestemmia dire che la Parigi moderna, quella della Defense e del Pompidou, è bella tanto quanto quella di Napoleone e di Luigi XIV.

Tanto oggi i grandi monumenti per celebrare il presente e indicare il futuro gli Stati, perfino quello francese e pure gli americani ormai, non hanno più i soldi per costruirli, al massimo c’è posto per nuovi centri commerciali, e tutto sembra nelle mani di imponderabili entità, mercati senza volto e perennemente insoddisfatti, come le formichine che senza sorridere mai escono ed entrano da questi grattacieli di vetro opaco, che sono forse le fabbriche della tarda modernità, ma che non si sa bene cosa producano, le formichine che sembriamo pure noi, con gli occhi alzati al cielo e i nostri giornali piegati in tasca accanto alle guide turistiche, che parlano del voto greco e di quello francese e dei prossimi previsti, e dei mercati che no, non sono ancora soddisfatti.

Luca Di Ciaccio • 20 giugno 2012


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