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Eurodisney non si chiama più così

Eurodisney non si chiama più così. Inaugurato vent’anni fa, già nel 1994 la società, sommersa dai debiti, cambiò il nome del parco in Disneyland Paris. Venne spiegato che mentre “per gli americani la parola ‘euro’ è affascinante ed eccitante, gli europei l’associano al mercato, alla finanza e al commercio”. Sempre preveggenti questi abitanti di Topolinia. Anche se non si sa come gli sia potuto venire in mente di andare a costruire un’altra Disneyland proprio alle porte di Parigi. In Francia, che idea. L’unico paese al mondo dove sul deposito di Zio Paperone, nei fumetti intendo, invece del classico simbolo del dollaro, il sacrosanto $, loro ci mettono la € di euro, e prima ancora addirittura la F dei franchi.

Comunque sono stato dentro EuroDisney un solo giorno, che secondo me è abbastanza per sentirsi idioti e per rimanere affascinati. Non avevo alibi di persone corte al seguito, né desideri di provare giostre di ultimo grido. Io poi su certe giostre la penso come David Foster Wallace nel suo libro sulle “cose divertenti che non farò mai più”: “non capisco perché certa gente è disposta a pagare per venire ribaltata e sospesa e riprecipitata e poi sbattuta ad alta velocità avanti e indietro, e infine riappesa a testa in giù fino a che vomita, è come pagare per fare un incidete stradale”.  A Disneyland però non si va per provare emozioni forti, ma, al limite, per provare emozioni. Non ci sono attrazioni che battono record mondiali di velocità o altezza, quello che conta è lo stato dell’arte nell’accuratezza dei dettagli e nell’inserimento in un contesto. Quando entri nella casa degli orrori anche la fila è già parte dell’attrazione e una volta usciti continui a vagare stranito in un cimitero gotico, anche se all’orizzonte ti pare di intravedere le montagne di Indiana Jones (solcate da gente urlante, ok me ne sto alla larga).

Tutto il parco è un ingresso in un mondo nuovo, una ricostruzione perfetta, fino all’ultimo bullone. E anche l’ultimo bullone ha la forma della testa di quel topo. Qualcosa di ammirevole e di maniacale, come doveva essere il vecchio Walt, che infatti nella sua testa immaginifica non si sarebbe accontentato di costruire utopici parchi di divertimento popolati da sorcioni antropomorfi, mete ideali per un turismo che va a vedere ciò che non esiste, no, lui fin sul letto di morte era ossessionato dall’idea di creare una vera e propria città, una comunità urbana autosufficiente e dolcemente autoritaria, innalzare davvero, tra gli uomini in carne ed ossa, “il paese più felice del mondo”. All’ingresso di ogni parco Disney nel mondo, fin dal primo Disneyland californiano inaugurato nel 1955, c’è una targa che avvisa: “Qui tu lasci il presente per entrare nel mondo di ieri, di domani, della fantasia”.

Quasi tutte le bambine, a Disneyland, sono vestite da principessa. Niente è stonato: non ci sono cartacce per terra né polizia che non sia l’occhiuta e poco visibile vigilanza interna, non ci sono catene e marchi del mondo di fuori, niente Starbuck né McDonald ma solo ristoranti a tema del parco, ogni giostra rispecchia un mondo che è sempre di fantasia. Mentre Topolino saluta il pubblico con una sicurezza che nemmeno i presidenti americani delle fiction (dietro di lui però si ingrossano le file della sua numerosa famiglia, espansa e diversificata per ragioni di marketing, a volte ho l’impressione che la famiglia dei paperi e dei topi venga salutata e fotografata con più calore dai genitori che dai figli, attratti da personaggi più nuovi e di cui non ricordo nemmeno il nome). Io sono contento di vederlo, Topolino, che in fondo sono cresciuto con lui. Subito dopo però ho solo fretta di uscire, il lato oscuro di Topolino e Paperino si rivela nel momento in cui la beata fiducia nella creatività onnipotente diventa la convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale, e il crocevia di convivenze tende alla sordità asettica del plastico, come nella giostra “A small world”, con la canzoncina ossessiva che invita a volerci bene e stare vicini e i pupazzi in miniatura e in costumi tipici globali, dagli eschimesi ai colombiani, passando per i gondolieri veneziani,  che ballano meccanicamente attorno al nostro vagone, che galleggia nell’acqua seguendo il suo binario monorotaia.

Quando Walter Bejamin era vivo e faceva il flaneur per Parigi ovviamente Disneyland ed Eurodisney (ne hanno aperto anche un altro ad Hong Kong) erano ancora molto di là da venire, ma lui già constatava ammirato che i film di Disney “provocano una frantumazione terapeutica dell’inconscio”, ma notava con angoscia che “in un mondo del genere non vale la pena fare esperienza” e che in esso “l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se questo è necessario”. Parole illuminanti, mentre mi compro un gelato e penso ai debiti su cui è seduto questo paese da sogno orfano di veri sognatori

Luca Di Ciaccio • 26 giugno 2012


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