Ludik

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Vizietti e rivoluzioni

Il famoso cantante, morendo all’improvviso, non aveva lasciato nessun testamento. Ai suoi funerali, qualche mese fa, ascoltavo il discorso e le lacrime di quel ragazzo giovane sull’altare, che all’inizio i giornalisti definivano “il suo più stretto collaboratore”, poi soltanto “il suo amico”, poi qualcuno disse “il compagno”, ma nemmeno a me importava perché mi sembrava che in quelle parole ci fossero tutte le ragioni del cuore, e che tutti le avessero capite, anche i preti dietro l’altare, i politici e le personalità nelle prime file, gli spettatori da casa. Cosa importa se un amore non sappia dire il suo nome, se poi alla fine lo capiscono comunque tutti. Poi ieri l’eredità del famoso e bravo cantante è andata a cinque cugini lontani e a malapena conosciuti, il ragazzo è restato con le pive nel sacco, dovrà trovarsi una casa dove stare, come succede a centinaia di “amici” ogni anno, sfrattati da parenti arrivati all’improvviso, dopo convivenze durate anni, case comprate insieme, notti divise in due. Non contano niente le ragioni del cuore e quelle del buon senso se non c’è una legge a tutelarle, se non c’è una regola per le convivenze o per chi sceglie di passare un pezzo di vita insieme, indipendentemente dal sesso. La legge non c’è, e ormai almeno in Europa siamo gli unici a non averne una, neanche mezza. Non basta, come cantava il cantante, fare l’amore ognuno come gli va se poi, dopo un’ultima notte, ci si risveglia così.

Il famoso politico di centrosinistra, nel comizio in una sera d’estate, lancia già i messaggi in vista della prossima, stavolta inevitabile, campagna elettorale: i moderati da conquistare, i radicali da tenere buoni, i riformisti da intortare. Quando arriva la domanda sui diritti civili cita il presidente socialista della vicina Francia, e tutti pensano che bello, perché magari l’hanno letto stamattina sui giornali che in quel paese chiamato Francia c’è già, da anni, difesa dalla destra e dalla sinistra, una legge che tutela le convivenze fuori dal matrimonio, che vale sia per le coppie eterosessuali che per quelle omosessuali, si chiamano Pacs e si firmano al municipio, includono i diritti e i doveri di chi sceglie di stare insieme a un’altra persona: l’assistenza, l’eredità, le proprietà, i permessi di lavoro, queste cose qui. E però stamattina sui giornali c’era scritto che in Francia il presidente socialista appena eletto aveva detto giustamente che se i diritti sono tali devono valere per tutti, e allora non basta il Pacs, se due persone vogliono allora debbono avere anche la possibilità di un matrimonio civile vero e proprio, e anche dei bambini da adottare se credono, anche se le due persone che stanno insieme sono due uomini oppure due donne. Quindi il politico di centrosinistra cita Hollande, e siamo tutti sollevati perché i diritti sono diritti ovunque, e almeno la sinistra all’ampliamento dei diritti dovrebbe tenerci un po’ di più, poi però ci aggiunge un quintale di eufemismi, giri di parole, citazioni di cardinali viventi e di democristiani defunti, e tutti pensano: un’altra occasione sprecata, non basta citare i buoni esempi se poi non si è in grado di mantenerli.

Il giudice della Corte di Cassazione scrive la sentenza, e mentre la leggo pensavo a cosa avrà pensato qualche mese fa mentre la scriveva, se avrà immaginato i media e i loro titoli sulla “sentenza shock” mentre invece era solo finalmente giusta, perfino ovvia. Ci diceva che se in questo Paese, dove avvengono le massime trasgressioni ladrone non sempre perseguite, due persone che si amano ma appartengono allo stesso genere (detto anche sesso) non possono (per ora) sposarsi, hanno però i diritti di tutte le coppie diciamo tradizionali, che in chiesa e municipio hanno potuto sposarsi per il solo fatto di essere un uomo o una donna; il diritto di vivere liberamente la loro condizione di coppia, il diritto di condurre una vita familiare come gli garba, il diritto di pretendere “un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”. Da talune razioni scomposte, che arrivavano sia dalle destra retrograda che dalla sinistra bigotta, per non parlare del frastuono di certi preti, proprio non si capiva come due giovanotti o due signore che cucinano insieme, dormono nella stessa camera, magari vanno a trovare i rispettivi parenti, avrebbero potuto sfasciare la famiglia tradizionale. E nemmeno si capiva se questa famiglia tradizionale, benedetta da sindaci e da vescovi, fosse sempre santa e giusta, pure in presenza di corna, tradimenti, accoltellamenti e litigi.

Il mio amico Riccardo, un paio di sabati fa, doveva fare il discorso alla fine del corteo del Gay Pride romano. Il compito era duro perché faceva molto caldo e poi quest’anno non c’era nemmeno Lady Gaga a tenere alta l’attenzione. Poi si sa che alla fine di una manifestazione come il Pride la gente è stanca, più stanca dei cortei normali, perché quelli dei pride sono cortei festosi, dove si rivendicano l’orgoglio e i diritti per essere quello che si è, e si può esserlo anche ballando, sorridendo, slogandosi talvolta i polsi, mostrando i propri corpi con vestiti eccentrici o anche con pochi vestiti, alla faccia di secoli di persecuzioni che volevano imprigionare i corpi e le menti, con la scusa della morale o della natura o del buoncostume. Questo però non tutti lo capiscono, sia tra gli etero che tra i gay: ci vorrebbero dei cortei in giacca e cravatta, li senti dire, sembrano come Tognazzi nel Vizietto mentre cerca di insegnare goffamente al suo fidanzato come camminare senza sculettare, per paura che i suoi parenti in arrivo lo riconoscano. Insomma, va bene superare gli stereotipi, basta non imporne altri. Comunque, nonostante il caldo, le drag queen, la stanchezza, i pregiudizi, il mio amico Riccardo ha fatto un bel discorso e ha urlato “Vogliamo tutto”. Chiaro, semplice, diretto. “Capiranno – diceva – quelli che non ci conoscono e capiranno quelli che, con immensi giri di parole, vogliono provare a mascherare il loro possiamo darvi poco più di niente”.

Luca Di Ciaccio • 6 luglio 2012


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