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Te la ricordi la neve?

“T’aa ricordi ‘a neve?”. Un’uomo entra nel bar, invocando un caffè freddo e uno spicchio di aria condizionata. Sotto un caldo che fa crollare la pressione e ferma i telefoni, la nostalgia è un rimpianto di aria fresca. Le ondate di calura africana quest’anno hanno tutti nomi mitologici: Scipione, Caronte, pure i meteorologi ci tengono a far vedere che hanno fatto il liceo classico, e l’ultimo l’hanno chiamato Minosse, come il giudice degli inferi, dei buoni e dei cattivi. Il mite anticiclone della Azzorre è quasi un ricordo d’infanzia, un lusso fuori moda, come una cura termale a Fiuggi per un dipendente statale. Infiliamo la retromarcia per andare a fare il bagno al lago ascoltando successi degli anni novanta, “i nonni con la zappa noi con il modem 56 kappa” canta Pezzali, i ventenni di oggi stanno sdoganando tutto, come si direbbe negli anni novanta, quando le dogane c’erano ancora.

La retromania si riaffaccia tra una replica estiva e un tappabuchi di mezzogiorno, Paolo Limiti si siede sulla riva del fiume ad aspettare il passaggio dei cadaveri delle nostre nonne, oppure punta direttamente ai nostri, lui e la sua cagnetta ventriloqua e la sua finta moglie sosia di Marilyn. La sera scappiamo via dalla sedie di plastica bianca delle festa dell’Unità, dove taluni quarantenni sudati come un partito liquido rimpiangono la socialdemocrazia degli anni novanta, corriamo nel parco vicino dove venticinquenni si sgolano per un concerto di Cristina D’Avena, con la sua voce fatata che ci ha tenuto per tanti anni, durante l’infanzia, lontana dalle droghe e dai telegiornali, anche se non è bastato. I politici sui giornali fanno finta che tutto tornerà come prima. Bevo una birra davanti ai suede, ai blur, ai pulp e ai massive attack.

I comandanti che hanno fatto affondare la nave da crociera ora si fanno profumatamente pagare per essere intervistati dalla televisione e dire che non era colpa loro, e a saperlo il telefono da cui gli ordinavano di tornare a bordo l’avrebbero buttato in mare. I poveri disgraziati che si imbarcano su un gommone solo per cercare un lavoro, intanto, continuano ad annegare. Gli indici di fiducia vacillano come la difesa della Nazionale alla finale degli ultimi Europei. Sentenze con undici anni di ritardo ci rispediscono ai ricordi di un’estate genovese in cui non sapevamo se andare al mare o andare a fare la rivoluzione, e adesso impariamo che i mandanti non si trovano mai e che a rompere vetrine si paga più che a pestare persone. Adesso osserviamo il cous cous gelato nel piatto e capiamo come funziona il bosone di Higgs appena scoperto dagli scienziati, quello che da solo sarebbe capace di aggregare particelle prive di massa. Affastelliamo parole tiepide cercando di indovinare il futuro. Ma niente diventa migliore solo perché passa di moda, niente migliora per il solo fatto di non esserci più.

Luca Di Ciaccio • 11 luglio 2012


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