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Genova per me

Dentro i negozi di Genova ci sono i santini di De André, a cui invece a via del Campo hanno messo una targa e dove adesso le puttane parlano lingue diverse e straniere, e pure i negozianti e i trafficanti di ogni tipo. Ce ne sono tanti anche di vecchi, e di matti, a Genova, dev’essere il vento. Sui muri la ribellione monta come la spuma delle onde, “zitto e urla” dice una delle tante scritte, esplode da secoli la rivolta che comincia con i cortei di massa e finisce ogni volta nella fuga solitaria per i carrugi, i vicoli sopra il porto, per scappare alle mazzate di gendarmi, poliziotti, carabinieri. Poi esiste la città alta, con palazzi nobiliari e dimore austere all’esterno ma dentro sfarzi, arazzi, pinacoteche e giardini color smeraldo. Le navi da crociera partono e passano così vicino che però certi giorni sembrano ancora più alte, e troppo sfacciate.

E’ tutto costruito in verticale, con le case una sull’altra come i cubi dei bambini, e i torrenti interrati e pronti a riesplodere alla prossima alluvione. Quanta fatica dev’essere costato, da queste parti, strappare civiltà e ricchezza alla natura, senza un ettaro di pianura o un campo di grano da coltivare, prima ancora delle seconde case su cui speculare, delle industrie poi dismesse, dei sottopassaggi che si intasano. Il treno, appena lo prendo, rimbomba nel buio delle gallerie – tu-tun tu-tun – le stazioni sono finestre che mi accecano tra due tunnel, il mare è un puro atto di immaginazione, in fondo “un’idea come un’altra”, come cantava quello che stava in fondo alla campagna e aveva paura di un porto che lo inghiottisse.

genova

Luca Di Ciaccio • 16 luglio 2012


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