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Le bombe del 92

Nove anni, i pomeriggi fatalmente sonnacchiosi di un’estate quasi meridionale. Tempo sospeso e sospetto. Della bomba a Paolo Borsellino ce lo disse il prete, la messa della domenica alle sei e mezza di pomeriggio si celebrava all’aperto, nel giardino parrocchiale, brusio di ventagli, rumore di sandali che risalivano dalla spiaggia. Il prete non face nomi, disse solo delle notizie terribili che erano appena arrivate da Palermo, un’altra volta, e che la situazione era davvero seria, bisogna pregare ma forse pregare non bastava, bisognava agire. Ma tutti lo sapevano. “Hanno ucciso un altro giudice”. Cinquantasette giorni prima c’era stato Giovanni Falcone. Un sabato che ero sceso a giocare e non avevo voglia di fare i compiti, mio padre che cerca l’edizione straordinaria del telegiornale, “è successa una cosa”, immagini di una strada squarciata in due, nastri d’asfalto rivoltati, due macchine accartocciate in lontananza, la foto di un uomo coi baffi. Lo spettacolo delle scommesse del sabato sera che va in onda lo stesso, the show must go on dice Milly Carlucci, come le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica. “Qui andiamo male a finire” diceva mio nonno, coi suoi amici vecchi che della guerra parlavano poco.

Ai telegiornali bombe e tangenti, timori e manette. Gli italiani corrono a dare qualche scossetta al camper del Tg4 con Brosio a bordo, davanti al Tribunale di Milano, credendo di fare una rivoluzione. Le ultime elezioni della prima Repubblica sono le prime che mi ricordo, accompagnavo mio padre a distribuire certificati elettorali casa per casa, nei quartieri periferici del mio paesone di mare, a volte arrivarci non era proprio facile, si costruivano prima le case e poi le strade, i costruttori intascavano, il Comune si scordava pure di mettere i numeri civici. Nei giardinetti pubblici i tossici cominciavano già a declinare, ma le madri ancora ci tenevano alla larga da certe strade. Le bombe erano appena iniziate, mentre i palazzi del potere si svuotano e naturalmente tutti si domandavano chi sarebbe stato il prossimo padrone. Qualcuno – sapemmo dopo, crescendo – cominciò a trattare. E’ la convenienza la strada maestra per tutti.

“Falcone, Falcone… Borsellino, Borsellino… gli eroi… i modelli… le icone dell’Italiano Come Dovrebbe Essere. Come non sarà mai…”. A loro abbiamo intitolato le scuole, le strade, gli aeroporti, e pure i giardini pubblici dove a un certo punto è finita la paura dei tossici ed è cominciata quella degli immigrati, degli zingari. A ogni anniversario abbiamo visto sfilare le autorità, celebrare, fanfare e pennacchi. Abbiamo stampato santini e libri. Ci siamo lanciati su promesse fasulle e libretti al portatore. E oggi siamo ancora qui, a chiederci: perché? Come? Chi? Vogliamo la verità, implora qualcuno. Ammesso che sia mai esistita la verità: tra “situazioni” e “contesti”, “deviazioni” e “doppi fondi”.  Si stava combattendo una guerra, in quegli anni, negli anni delle stragi, è evidente oggi, anche agli occhi di un bambino, o del bambino che fui. Oggi, cresciuti, lettori di inchieste e di libri, fatichiamo a capire le parti in campo, gli amici e i nemici, le trattative vere o presunte. Perché alcuni uomini, come quei giudici saltati in aria in pomeriggi afosi di vent’anni fa, furono lasciati soli. Sappiamo in parte chi li ha uccisi, ma innumerevoli versioni, continue verità, continuano ad ucciderli.

Luca Di Ciaccio • 19 luglio 2012


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