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Le sette spiagge

A Gaeta abbiamo sette spiagge, ma quando ci arrivi in treno non ne vedi nessuna, perché vedi solo un lato della penisola, quella famosa col castello, la vecchia fortezza, la chiappa verde di Monte Orlando sdraiata in mezzo al mare, e c’è sempre qualcuno che fa domande assurde: “ma è un’isola, si deve prendere il traghetto?”, “ma il carcere c’è ancora?”. No, non esistono né isole né traghetti, e il carcere militare l’hanno chiuso da trent’anni. Mica stiamo ad Alcatraz. Però il mare ci assedia lo stesso da tutti i lati, e ci sono le spiagge. Diminuiti i pescatori, declinati i capitani, disoccupati i diplomati dell’istituto Nautico, l’unico mare che ci rimane è quello delle patelle e dei costumi da bagno, o di un posto da spiaggino in nero per una stagione. E meno male che le spiagge nostre sono sette, come i peccati e le virtù, come le vite dei gatti e le figlie di Atlante, e ognuna ha la sua storia.

La prima spiaggia è quella di Serapo. Sta al centro della città, distesa sotto le pareti verdi e spioventi di Monte Orlando. Vicina, comoda, sotto casa: è la spiaggia della città. Ci vanno le mamme – “Faccio la spesa e scendo a mare!” – e i ragazzini in vacanza da scuola – “Mamma butta la pasta che salgo!”. Ci sono tanti stabilimenti balneari in fila, parecchie ex zone libere date in concessione, di aree riservate alla pubblica fruizione ne sono restate pochissime. Tanto che se d’estate la guardi dall’alto è tutto un drappeggio di colori ordinati con rade macchie di ombrelloni multicolori. Le riserve indiane delle spiagge libere. E’ lunga poco più di un chilometro, mio nonno mi raccontava che anni fa era tutta una duna, un’enorme duna di sabbia che è stata consumata per la vetreria che dal millenovecentoundici ha prodotto bottiglie e adesso è abbandonata da anni. Serapo la vedo dal balcone di casa dei miei. Da ragazzino aveva le sue comodità e i suoi risvolti negativi: stavo a due passi per andare ai falò di Ferragosto coi miei amici, ma stavo troppo vicino a casa per ubriacarmi.

La seconda spiaggia è quella di Fontania. Piano piano vorrebbero privatizzarla, secondo me, anche per toglierle quella fama di essere una spiaggetta un po’ da drogati, o ragazzi che fanno filone da scuola, o amanti clandestini. Intanto qualcuno, negli ultimi anni, s’era privatizzato i portici dell’antica villa romana che circonda alle spalle dell’arenile, trasformandoli in un deposito di ombrelloni e sdraio, con tanto di lamiera e lucchetti (poi la Finanza l’ha sequestrato). Sopra la spiaggia di Fontania c’è un pub che è stata una delle tappe della mia adolescenza, il Tennents. Il Tennents è una birreria che ha tre problemi: è sempre piena anche d’inverno, ha una birra buona ma un po’ cara, appena hai finito di bere i camerieri ti fissano come condor sollecitando la tua dipartita. Lì vicino a Fontania c’è un’altra tappa di molte adolescenze, se si tratta di rimorchiare ragazze: il temibile Pozzo del Diavolo. Un orrido terribile che si apre all’improvviso nella roccia e dopo un salto di 50 metri sprofonda nel mare. Qui ci vengono in tanti a pomiciare, ma pure l’amore deve avere qualcosa di terribile e di evocativo, con quel mare lì sotto che rimbomba con un rumore di caverna.

La terza spiaggia è quella dei Quaranta Remi. Non ho mai saputo perché si chiama così, forse si tratta di un’unità di misura, forse di qualche imbarcazione affondata. E’ una caletta con acqua cristallina, pare di stare in Sardegna, ci si arriva solo via mare e forse è meglio così, che non sempre la bellezza può essere democratica come vorremmo, siamo come quelli che dicono in giro “devi assolutamente scoprire questo posto segreto, è un peccato che la gente non lo conosca” ma poi immediatamente pensiamo “dimentica quello che ti ho appena detto, è una fortuna che nessuno lo sappia”.

La quarta spiaggia è quella dell’Ariana. La Pro Loco sostiene che Ariana derivi da un antico binomio in dialetto locale che sta per “aria sana”, e in effetti non credo c’entri la “razza ariana”, pure se qui i nazisti in attesa dello sbarco degli americani lasciarono un sacco di mine come souvenir. Qui cominciano anche, a ogni promontorio, le vecchie torri d’avvistamento per turchi o invasori che chissà se arrivarono mai. Per me l’aria sana dell’Ariana è quella della mia infanzia, quando la spiaggia era una striscia di sabbia chiara con pochi sparuti ombrelloni, e dove ora ci sono gli stabilimenti c’erano ancora orti e campagne. L’unico lido si chiamava Eden, era frequentano da marescialli in pensione e professori formiani, e il vero eden per me era tutto il resto: i viottoli di campagna dove sbucciarmi le ginocchia in mountain bike, la casetta dei miei nonni dove restare a dormire l’estate, le campagne abbandonate sopra la spiaggia, la torre di avvistamento dei saraceni sulla collina e i castelli di sabbia sul bagnasciuga, le ville nascoste che dovetti leggere Gomorra per scoprire che erano fortini di camorristi, il viadotto della statale Flacca lassù che sembrava fatto col lego e con le micromachines, fino al giorno in cui scoprii che era un posto dove la gente veniva a buttarsi giù. “E’ un posto così bello, è un peccato che non ci viene nessuno” devono aver pensato, così adesso la bellezza di questa spiaggia, come succede in tanti posti, è diventata democratica, cioè alla portata di tutti, dunque affollatissima in certi weekend estivi, e però aspetto il tramonto per ritrovarla vuota e promettente, tutta per me, come la mia infanzia passata.

La quinta spiaggia è quella dell’Arenauta. Il chiosco azzurro sulla Flacca che fa i panini col pomodoro e la mozzarella è una porta verso l’infinito (anche se poi trovi sempre qualche Caronte meridionale che ti chiede “un fiorino!” per la discesa al mare). La spiaggia è giù, nascosta da rocce e falesie, alberi e macchia mediterranea. L’Arenauta – nella zona soprannominata “dei trecento scalini” – è molto pubblicizzata come spiaggia gay e spiaggia naturista o nudista. Chi la vuole recintare, chi disinfettare col napalm, chi dare ai naturisti per legge, chi privatizzare dopo aver sanato un bel po’ di abusi edilizi, chi invoca l’intervento di guardie armate (quest’anno il Comune ce le ha mandate davvero, non si sa a difendere cosa e da chi, ma prendere il sole – nudo o in costume non importa – e vedersi passare davanti un agente in divisa nera, pistola alla cintola e auricolare fa un effetto vagamente colombiano). Per arrivare in spiaggia e scampare alle multe per divieto di sosta bisogna lasciare la macchina al parcheggio “da Renato”, cinquecento metri più in là, e farsi accompagnare dallo stesso Renato nella sua Punto vispa e scassata e cotta del sole come lui, con la musica venezualana sparata nelle casse dell’autoradio e un’inversione a U sulla Flacca come se non ci fosse un domani. Polemiche più o meno costumate a parte, l’Arenauta è un posto dove il tempo si ferma, sia a nord, tra i benestanti clienti dell’Aeneas, con le sua cascate e i suoi bungalow, sia a sud, tra gli spiantati nudisti e gli scalmanati ricchioni del lido Ultima Spiaggia. Le conversazioni, gli amori, il fumo delle sigarette, ogni cosa qui se la porta via il vento.

La sesta spiaggia è quella di San Vito. Qui si affacciano le finestre di quella che fu la villa di Gina Lollobrigida e che adesso è diventata un hotel a quattro stelle. Pane amore e fantasia non bastano più, da tempo. In effetti l’incantevole spiaggia che fu della Lollo è adesso riservata ai clienti di questa e di altre prestigiose strutture, a meno di non arrivarci a nuoto, e di non sentirsi come un naufrago appena sbarcato sull’Isola dei Famosi. Siccome poi un sacco di gaetani, pure i miei genitori, quando si sono sposati hanno fatto qui il loro ricevimento di matrimonio, si può stare sicuri che c’è una foto sullo sfondo – possibilmente al tramonto – di San Vito sui comodini o tra i soprammobili di ogni famiglia gaetana, con un marito e una moglie freschi freschi, e i loro sorrisi ignari e speranzosi.

La settima spiaggia è quella di Sant’Agostino. La strada statale Flacca passa proprio sulla duna così che dall’auto si possono vedere direttamente i bagnanti, i costumi che indossano e come fanno i tuffi. Se poi mentre si guarda viene la voglia di fare un bagno basta parcheggiare e con un balzo si è in acqua. Sarà stata questa fruibilità, mista a una certa frugalità, indubbiamente favorite dalla devastazione ambientale della strada che negli anni Sessanta flagellò centinaia di metri di dune, a far sì che questa venga chiamata, con un po’ di puzza sotto il naso, “la spiaggia dei camionisti”. In effetti è una spiaggia popolare, per nulla simile all’elitaria Arenauta con i suoi bungalows tropicali e il suo nudismo selvaggio, o alla grassa Serapo con i suoi stabilimenti odinati e schierati come per un presentat’arm. Qui ognuno è in cerca di una sua concessione, di uno spazio, di una striscia di terra dove piantarvi gli ombrelloni e affittarli. Quello che nei convegni chiamano “turismo” diventa una lotta sudata e forsennata, spesso ai limiti della legalità. Il mare di Sant’Agostino è incazzoso come pochi: il bagnino Pauluccio detto Patatè, famoso per la sua zuppa di pesce, tiene dentro il suo capanno decine di foto e attestati di bagnanti strappati alla furia delle onde o di un gorgo assassino. Poi ogni inverno il mare si incazza ancora di più, si mangia tutta la sabbia, arriva a lambire la strada e fare paura, solo i climbers sulla parete di roccia lì sopra sembrano non temere nulla, giù invece ci si sente davvero in balia degli elementi. Come se qui ci fosse una specie di parafulmine che attira su di sè le saette per evitarle agli altri. Come se, come si dice da queste parti, il cane mozzica sempre al più stracciato.

Ma adesso è ancora estate, e siccome d’estate al mare ci sono i bagnanti, che fanno casino e si tuffano, allora conviene lasciarsi indietro le sette spiagge, come fossero sette sorelle chiacchierone, noleggiare un pattino. Cinque minuti e i rumori della spiaggia diventano un’unica palla di suono che rimbalza e sparisce verso i monti, mentre di fianco ci passano le meduse, qualche acciuga spersa, un sacchetto di plastica, e poi l’acqua diventa davvero blu e piatta, e lì ci si può fermare e perfino nuotare.

spiagge

Luca Di Ciaccio • 2 agosto 2012


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