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Dietro la medaglia

Guardo le Olimpiadi, incrocio sguardi di atleti al rallentatore, l’attimo che separa l’oro dall’argento, il bronzo da una stretta di mano, una stretta di mano dalla porta chiusa a chiave della propria stanza. Quel minuto e mezzo che precede lo start, in cui si capisce se un atleta è fatto per vincere o se è di quelli che hanno paura di vincere. Come quella centometrista che nelle corse non importanti vinceva quasi sempre e ai campionati del mondo non ce la faceva mai. Si capiva da quando era sui blocchi, che la responsabilità l’avrebbe uccisa. Mentre ci sono altri a cui basta prendere il respiro, guardare dritto verso il traguardo, e hanno già vinto. Alcuni invece collezionano chili di medaglie, come i Bolt o i Phelps, e ogni volta vorrei vederli rivincere, cerco conferme, come i bambini a cui se cambi una favola non sono contenti.

Osservo i passi che servono per tornare alla riga di fondo, dopo aver sbagliato un lancio. Gli occhi vuoti di chi ce la fa, l’indifferenza di saper dimenticare e andare oltre, la sicurezza di essere migliori al prossimi tiro. Gli occhi pieni di chi non ce la fa, il dramma di chi chiedersi dove si è sbagliato, perché si è stati così stupidi, da dove ricominciare. Non tutti sono pronti per una medaglia, come nella vita. C’è chi ce la fa, chi aspetta anni prima di farcela, chi si spaventa dal destino, chi non ce la fa. C’è chi cerca un colpevole da far fuori per prenderne il posto, facendo finta di non sapere che è sempre sull’anima che bisogna giocare. Oltre l’ultimo tocco di fioretto, l’ultima bracciata, l’ultimo tiro di una palla, l’ultima falcata, laggiù in fondo c’è il limite oltre cui i desideri diventano nostalgia e le ambizioni si trasformano in rimorsi. A volte preferisco cambiare canale.

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