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Paese mio che stai sulla collina

Ogni volta che vado in un paese, d’estate o di domenica, ne catturo una mia illusoria impressione, come tutti. Il piacere del silenzio, del buon cibo, dell’aria buona. Tutto questo forse è solo una facciata, una realtà apparente che nasconde un’inerzia acida, un tempo vissuto senza letizia. Inverni malati di desolazione, mura dove non risuonano né giochi di bambini né baci di amanti, manifesti strappati di sagre più o meno tipiche. Per secoli o forse millenni i paesi sono stati posti poveri, forse la vita che si svolgeva al loro interno era difficile e derelitta ma in qualche senso “piena”. Ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso pare che tutti stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sappia come conservare la poca che rimane.

Piano piano capisci perché lle rivoluzioni, dalle nostre parti, non abbiamo mai abboccato. Oltre che il buon senso, le hanno tenute a freno il vecchio familismo non del tutto amorale (anche se adesso la marea sta salendo fino a toccare le riserve di padri e nonni, ora anche loro iniziano a perdere posti di lavoro, case, pensioni), un amore un po’ triste per il nostro egoistico particolare (rendendoci però più allenati di altri nella specialità della guerra tra poveri), una certa tendenza endemica al servilismo (ma i padrini adesso sono troppo occupati a salvare se stessi, devono alleggerirsi pure loro).  D’altra parte, uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare la spesa, un cane disteso al sole, guarda porte chiuse, guarda la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga è a portata di mano. Basta una mezz’oretta di curve e si torna al mondo gremito, il mondo che si muove.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 20 agosto 2012


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