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Tornare ai campi

Tornare ai campi. Assaporare il morire del giorno tra gli alberi di carrubo e pestate le zolle bruciacchiate da una terra che s’è fatta fornace. Dove ieri l’altro appena era coltivato ora la consistenza del terreno si sbriciola in sabbia. Ma, se solo un poco piovesse, si potrebbero ancora cercare le lumachine che con l’acqua escono e s’arrampicano sui gambi delle frasche. Sono buone da cucinare, dicono alcuni, le chiocciole con la loro casa sulle spalle e le corna sul capo, a dare sicurezza e malizia.

Impigliarsi nei fili della memoria e in quelli delle viti d’uva, nelle case dei nonni oggi popolate da zanzare che succhiano sangue e ricordi. Un vecchio almanacco di Barbanera, ancora col segno del chiodo, profetizza un invasione di licantropi. Sul calendario agosto non è più il mese del grano, ma degli ombrelloni. Aspettare che si quietino i suoni della strada statale e gli zoccoli dei passeggiatori in cerca di un riva in cui bagnarsi. Osservare un signore staccare dei fichi da un albero, sentire una donna commentare che vivere bene, in fondo, non è complicato. Niente è più inventivo della nostalgia. Mettere pietre sopra pietre e fare muretti ad altezza di trincea affinché venga comodo appostarsi e lì, appoggiati, aspettare il canto della nottola che fa chiù chiù. D’estate ogni tanto si muore.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 22 agosto 2012


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