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Madre vulcano

Bevo un seltz al limone e osservo da lontano la sagoma del vulcano che incombe su Catania. Un pericolo l’Etna? Ma quando mai. E’ un dio benigno rispetto alla fornace d’asfalto, alla bestialità del traffico, al manicomio dei motorini, agli sguardi dei ragazzi e delle ragazze in cerca di rimorchio oppure di rissa, ai venditori dei mercati che inciampano dentro bacinelle piene di aqua e sangue. I miasmi sulfurei del cratere sudest, le dune di cenere, gli accumuli di lapilli in confronto all’hinterland catanese sono una specie di paradiso.

Scopro che per i catanesi, unici al mondo, il vulcano è una femmina. Quando c’è un’eruzione in corso, loro dicono: si è svegliata. Oppure: si vede che è nervosa. Forse deve trattarsi del fatto che l’Etna sembra davvero l’emanazione minacciosa della Grande Madre Terra. Oppure sarà colpa del matriarcato. In ogni caso loro la chiamano al femminile, la Etna. Salendo, quello che intuisco non è quanto è alta la montagna, ma quanto è grande, quanto è immensa. Il giallo diventa nero, dal nero spunta il verde. La proporzione dell’uomo tra gli accumuli di lava è quella di una formica tra i solchi di un aratro che ha appena rivoltato le zolle di una terra scura e grassa. Lo scatenamento degli elementi è sempre in agguato. Indizi sparsi: una casa sepolta dalla lava, ormai solidificata e fredda, una ginestra che mette radici in mezzo alla cenere, i cartelli che indicano gli anni invece dei posti, colata 1992, lava 1983, cratere 2001. Qualche anno fa la città venne invasa da una pioggia di cenere, sembrò che l’apocalisse fosse vicina, poi col tempo la tempesta si quietò e la sabbia vulcanica, col tempo, si è dimostrata un ottimo fertilizzante. Nella terra del disastro cronico perfino la fine del mondo rappresenta una risorsa.

Non riesco a capire come possa essere vivere con un disastro che ti fiata sul collo, a parte non pensarci. Se gli uomini sanno di vivere su un territorio che non appartiene a loro, e sanno di farlo a proprio rischio e pericolo, allora non osano lamentarsi, perdono la progettualità, formulano pensieri cattivi, ma poi chinano la testa e sopportano quello che c’è da sopportare. Oppure funziona al contrario. Vivere sopra una terra inquieta spinge a spremerne tutti i sapori, così la minaccia della distruzione può diventare progresso e rilancio. Già Tocqueville sosteneva che nella Sicilia orientale la paura del vulcano aveva contribuito a sconfiggere il latifondo, distribuendo reddito ai contadini. Per non parlare del barocco, figlio di una tragedia come quella del terremoto (sul portale di ingresso alla vecchia Noto, schiantata da un botto enorme nel 1693, sta scritto “Ingeniosa urbs numquam vi capta”, città di genio mai presa con la forza). La minaccia del disastro costringe a domare la terra, fa ingegnare architetti e contadini, rimescola ricchezze e povertà. Volendo, si può immaginare cosa sarebbe successo se la storia avesse deciso di prendere una strada anziché l’altra. Alla fine si tratta comunque di modi per ingannare il destino.

cataniaetna

Luca Di Ciaccio • 3 settembre 2012


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