Ludik

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Oriente siciliano

Subito alla mente il Mediterraneo, le tolde delle barchesse incrostate di salsedine, la macchia spazzata dal vento. Il vicino oriente che era già qui, il sangue della pescheria di Catania, i profumi gialli del Nord Africa. Il bagliore del sole di mezzogiorno, la mollezza dei crepuscoli sugli scogli. Le tonnare abbandonate sulle spiagge. Le meraviglie barocche nascoste al mondo da criminali barriere di casermoni.

All’ora della siesta si dorme dietro le persiane socchiuse, il paese sembra svuotato come dopo un’apocalisse atomica, ma basta il disco incandescente del sole a schiantarti come un faraone egizio. Otium. Questo sono le Sirene: il metabolismo che rallenta, la deriva verso l’Africa. La giornata che si riduce all’attesa della sera. Il sole indora architetture arabo-normanne, sveve e ispaniche. Duomi che crescono dentro colonne doriche, come a Ortigia. Il colore delle pietre che sono rosa ma anche ocra, bianche ma anche gialle, spugne di luce che rilasciano tonalità diverse secondo l’ora, la stagione, il gioco del sole  che la fa da padrone, e dell’ombra che irrompe alludendo ad altri misteri. In certi giorni l’unica attività concessa è scegliere da quale lato della strada camminare per evitare il sole ustionante. E le persone ti dicono le cose sempre due volte (“la prima è per capire di che tempra sei fatto, la seconda per risponderti veramente”).

Il sud del sud, dietro l’angolo. Il relitto di un barcone egiziano abbandonato in fondo alla spiaggia, davanti all’Isola delle Correnti. L’incazzatura dei due mari che si incontrano senza salutarsi, in mezzo alle onde furenti il vecchio faro appare un avamposto fragile, il ricordo dell’ultimo sbarco di migranti appena poche settimane prima, col barcone che affonda a pochi metri da riva, i bagnanti ancora a prendere il sole in spiaggia e urlare di stupore, l’inseguimento della guardia costiera, una corsa da pazzi verso il deserto delle serre del pomodorino. Il miraggio di una fortuna se ne sta lì, mangiato dalla salsedine.

L’overdose di zuccheri nelle pasticcerie. Le transenne attorno ai palazzi di un centro storico, a indicare un restauro che forse c’è e forse non ci sarà mai. A Noto la cattedrale è ormai restaurata e ripulita, una quindicina di anni fa un boato inghiottì la cupola in un giorno d’inverno. Un crollo, ma più che altro un simbolo di come la bellezza di queste terre sia sempre minacciata: dalla natura, dall’uomo, dall’incuria, dal fato, dalla stupidità. Le chiese intanto sono piene di spose in bianco. “Oggi zappamu all’acqua e siminamu o vientu” dice una vecchia indomita in un vicolo di Scicli, dove nelle chiese si custodiscono Cristi con parrucche bionde e Madonne guerriere con in mano una spada. Canne di papiro chiamano in cielo la luna. Al porticciolo di Aci Trezza, un’osteria dei Malavoglia accanto a un bar di Arancia Meccanica. E un San Giovani decollato ma molto carezzato. I tetti, le rondini, il mare; e il rumore di stoviglie nella sera. I siciliani poi, che non sono diversi ma credono di esserlo, e questo li rende diversi, un po’ complicati.

Luca Di Ciaccio • 5 settembre 2012


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