Ludik

un blog

Salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica

Qualche tempo fa avevo letto sul giornale del singolare caso di una parrocchia molisana in cui erano state distribuite “ostie drogate” con conseguenti “visioni apocalittiche” da parte dei fedeli e scene di indemoniamento con aggressioni al parroco da parte di vecchiette in stato di delirio. La notizia poi s’è rivelata falsa, ma secondo me mica tanto. Una partita di queste ostie drogate dev’essere arrivata anche nel paesone gaetano, altrimenti non si spiega la frenesia che sta prendendo tutti ultimamente: statue di santi che si prendono a capocciate, rivalità tra patroni che nemmeno tra squadre di calcio, assessori che si menano, parroci che insultano giornalisti, un arcivescovo contestato a suon di striscioni, bigotte inferocite, cori degli ultrà allo stadio a favore di un prete, consiglieri comunali che si schierano a seconda delle parrocchie, mega-torte alla panna per 700 persone per festeggiare i compleanni degli eremiti dell’anno mille, madonne in processione che si fermano a benedire solo i lidi che hanno pagato la sponsorizzazione, sindaci che sgaiattolano da una sagrestia all’altra per non scontentare nessuno, preti che minacciano di candidarsi alle elezioni, e poi dal barbiere quelli che, appena smesso di parlare della Juve, ti chiedono con quale parroco stai.

E’ che a noi laici non ci pensa mai nessuno, in frangenti come questi. Per fortuna non siamo nel medioevo cristiano e nemmeno in una teocrazia islamica, così il massimo che ci può capitare, più che un rogo o una fatwa, è una scomunica a mezzo di cancellazione dagli amici di Facebook (e amen, certi preti sui social network sono più egocentrici e permalosi di Paola Ferrari). In carcere, ormai, ci vanno solo i maggiordomi del papa. Io comunque non ce l’ho con nessuno. Voglio bene al mio antico parroco, don Stefano, che tutt’ora nei miei dialoghi con amici anticlericali è la mia case-history positiva: mai una parola fuori posto, un’ingerenza fuori luogo, un capello fuori riga, sempre a insegnarci che se uno crede nel giudizio del cielo allora dovrebbe mettersi l’anima in pace e non giudicare gli altri su questa terra, e comunque secondo me un santo non per questo, e nemmeno per la sua attività di missionario in Bangladesh, quanto per il fatto che è sempre riuscito a non ucciderci con le sue mani a noialtri che da ragazzini andavamo a fare i vandali negli alberghi e nei campeggi con la scusa dell’Azione Cattolica. Voglio bene anche al nuovo parroco, don Antonio, uno che se dovesse scegliere tra esagerazione e discrezione sceglierebbe di certo la prima chè al buon Dio le cose gli piace vederle e più belle e copiose sono e meglio è. Lui, tutte le volte che ci ho parlato, è stato prodigo di insegnamenti. Quella volta col discorsetto sul fatto che a Formia, da dove viene lui, ci sono le ragazze più belle, ma a Gaeta, dove l’hanno mandato, ci sono le vedove più ricche, mi ha fatto un’analisi sociologica che vale più di mille convegni. E quell’altra volta che gli dissi, tra il serio e il faceto, “ma tu dovresti candidarti sindaco”, e lui mi rispose “macché, io ho molto più potere adesso”, mi ha risolto la questione temporale in due battute meglio di un’enciclica.

Una signora molto devota dal panettiere l’altro giorno sosteneva che l’ultima festa del santo patrono sia costata 70mila euro, spicciolo più spicciolo meno, e ci pensate – diceva lei, con qualunquismo terzomondista – con tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo, e con tutte le famiglie povere che ci sono pure qui con questa crisi. In fondo, può darsi che i botti e le majorettes in fila dietro alla statua del santo, di questi tempi, siano un po’ come le code per l’ultimo iPhone: in tempi di crisi meglio divertirsi un po’ che pensare ai poveri, così lontani e così vicini. Io le ho risposto che il peccato secondo me non era spendere tutti questi soldi ma fare una festa così pacchiana, con le giostre che mettono a ripetizione il “pulcino pio” per tutto il quartiere e le suore filippine che cantano la canzone di Titanic, una roba che dev’essere sicuramente uno spot a favore dell’ateismo, meglio di quella volta che lo Uaar mise le pubblicità sugli autobus con lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno”. Che poi, detto tra noi, a me che Dio non esiste quasi dispiacerebbe, perché vuoi mettere la speranza che prima o poi decida di scendere da queste parti, lui o magari suoi figlio, che sulla faccenda dei mercanti nel tempio era piuttosto fumantino, e prendere a calci nel culo un po’ di suoi autorevoli emissari.

Il rapporto tra la vanità dell’esistenza e la sua pienezza, tra la fede e la gioia, è sempre stato complicato. Mi viene in mente una scritta che sta su una chiesetta di Roma, quartiere Garbatella, sopra una meridiana: a destra si legge “Insegnaci o Signore a contare i nostri giorni”, e a sinistra, accanto a un fiasco, “E’ sempre l’ora per un buon bicchiere di vino”. Spero che tutti si diano una regolata, comunque. Il mio paesone gaetano, come molti posti d’Italia, è poco propenso alle novità, incline alle lotte di fazione e facile ai pettegolezzi: io non consiglierei mai di venirci a fare il sindaco, o il prete. Tuttavia a me, non ricordo se era a casa o in parrocchia, insegnarono che migliorare se stessi è una cosa importante, che nessuno è perfetto ma abbiamo il dovere di confrontarci con chi la pensa diversamente da noi. Ora leggo certi preti molto sicuri di sé che scrivono: “Sarò fatto male? Purtroppo sono fatto così e mi sforzo sempre di più di essere me stesso perché il Signore mi ama così come sono”. La Chiesa, è vero, accoglie tutti. Ho fatto mia questa frase e ho chiesto un parere a una mia amica con maggior fede di me, e lei m’ha risposto: “E’ vero, se sei stronzo Dio ti ama lo stesso e forse ti perdona. Tu però, potresti anche fare uno sforzo per migliorarti”.

Luca Di Ciaccio • 30 settembre 2012


Previous Post

Next Post