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La stazione incompiuta

Anche all’ora di punta la stazione nuova è un ponte di vetro e acciaio che scavalca i treni e i quartieri e le ambizioni frustrate. Tutto sembra ancora incompiuto. Il nuovo mondo è arrivato ma era vuoto, e nessuno ha avuto la forza di riempirlo. Si salgono le scale mobili, alcune già guaste, nuovissime eppure già bloccate e transennate, e si arriva su questo vialone avveniristico sospeso sui binari: di colpo sembra di essere precipitati in uno di quei sogni inquietanti in cui ci si ritrova da soli fuori dal mondo conosciuto. Gli spazi sono vuoti, quelli all’altezza di chi cammina e quelli nelle bolle volanti color verde acqua, lassù in alto, le biglietterie non attendono passeggeri, le saracinesche sono abbassate, le vetrine mute e cieche. La voce elettronica dagli altoparlanti chiama i passeggeri di un’alta velocità. La grande terrazza sul quartiere Tiburtino è chiusa, un paio di grandi vetri sono già sbriciolati, nastri rossi e bianchi delimitano zone irraggiungibili, altre scale mobili restano immobili. Qualche anima persa si aggira cercando il suo binario o semplicemente l’uscita. Passa una squadra di calcio, tute e borsoni e poliziotti col casco ai lati, si chiudono nella gabbia di vetro di una compagnia ferroviaria, aspettando di partire. I grandi pannelli luminosi che scandiscono gli arrivi e le partenze sembrano orologi senza lancette.

Fuori dalla stazione – come in un blade runner alla vaccinara – si aggirano barboni e prostitute, al riparo delle colonne anguste della vecchia tangenziale. Il traffico si strozza dentro un’ernia fatta di mille strettoie e deviazioni, i pullman si incastrano, i taxi sono parcheggiati malamente, gli automobilisti smadonnano dentro un formicaio scassato. La stazione nuova pare un’astronave atterrata davantia vicoli e bottiglie rotte, davanti a un popolo smarrito. Un africano smagrito guarda nel vuoto, pensando ad altre terre da cui era partito e in cui non può più tornare. Un’inglese col trolley accelera il passo senza sapere in che paese è atterrata. In direzione Tiburtina la vita scorre, trafficata. Scorre la storia, la politica, la cronaca, e lo fa in maniera arruffata. Sopra la vita, i cartelloni pubblicitari dei nuovi telefonini. A due operai impegnati in non quale lavoro domando quanto aprirà davvero la nuova stazione, quando arriveranno i negozi, i ristoranti, la vita. Mi guardano e sorridono enigmatici, come in un sogno cattivo: “E chi lo sa? Forse domani, forse tra un anno, chi può dirlo?”.

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Luca Di Ciaccio • 3 ottobre 2012


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