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Allo zoo comunale

Si potrebbe andare tutti allo zoo comunale (vengo anch’io, no tu no!) cantava quello. Adesso, perlomeno a Roma, si chiama Bioparco. Oltre al nome hanno cambiato anche la sistemazione degli animali, ora stanno più comodi, meglio integrati nel loro habitat eccetera. Gli orsi bruni, ad esempio, adesso vivono in un ambiente ampio e ospitale, con tanto di cascatelle e prati verdi. Oppure alcuni buffi pennuti, tipo il pavone, li si vede passeggiare come signore per il parco e a volte si spingono persino fuori, verso i prati di Villa Borghese. Ai bordi di una fossa di terriccio e cemento genitori e ragazzini se ne stanno a guardare i macachi, le scimmiette laggiù sembrano ripetere in fretta e in miniatura tutti i nostri comportamenti sociali, e dagli spalti la gente partecipa e commenta, “guarda quello come fa lo stronzo”, “guarda quella quanto è zoccola”, “anvedi quei due come litigano per chi vole l’albero più alto”, “quanti bacetti dà quella macaco ai bambini suoi, come li protegge, te prego, che tenera”. Più in là c’è il leone, che si fa desiderare, poi però fa quattro passi e un paio di ruggiti per la gioia di grande e piccini, come un attore svogliato costretto per minimo sindacale all’ennesima recita per un pubblico pagante ma di bocca buona.

Però io provo ancora tanta pena a guardare dentro quelle gabbie strette e feroci, mi fa un po’ male il cuore vedere i gorilla e le pantere imprigionati tra le sbarre, mille miglia lontani dagli spazi aperti dell’Africa. Per non incrociare i loro sguardi spenti e rassegnati, per non sentirmi responsabile della loro atroce malinconia e di quelle grida disperate, giro vigliaccamente in direzione del Rettilario, un edificio circolare e silenzioso come un bunker. Lì dentro abitano nostri trisavoli di un passato assai remoto, esseri scagliosi e sibilanti, ex padroni del mondo. Stanno rinchiusi e immobili in sofisticate teche di vetro, e a volte sembra davvero di osservare cinture di serpente e strane borsette pitonate immerse in un habitat inventato da qualche fantasioso vetrinista di via Condotti. C’è sabbia distesa con cura, ci sono stecchi rinsecchiti e minuscoli cerchi d’acqua, e in un angolo quelle forme primitive, raggomitolate, mostruose, che hanno nomi incontrati solo nelle favole: lo scinco d’Algeri, il drago barbuto, l’eloderma sospetto, l’ululone, il matamata e la rana pomodoro. Sono sovrappensiero, e all’improvviso qualcosa si muove. Una testolina si scuote, una coda guizza, un brivido sale dalla schiena. Si fa strada l’assurdo pensiero di uno sguardo, di un’implorazione, beato te adesso te ne uscirai libero da qui. “Macché quelli in gabbia semo noi” mi dice una signora col naso incollato al vetro.

bioparco

Luca Di Ciaccio • 10 ottobre 2012


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