Ludik

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Quinte colonne

L’intervistatore è in piazza, attorno a lui la folla inferocita dei talk show a tutta indignazione, urlano e inveiscono contro i politici per svariati motivi (e in effetti non ne mancano). In sovrimpressione scorrono domande senza via di scampo: “Mangio o pago le tasse?”, “Siamo alla frutta e i politici che fanno?”. Dallo studio il conduttore, col l’aria del buon padre di famiglia, orchestra le battaglia e invita a non esagerare, ponendo agli ospiti domande sofisticate come “Ma di chi è la colpa?”. Ogni tanto partono servizi in esterna con montaggio di un mercato rionale mentre smontano le bancarelle e con signore a cui cade un pomodoro dalla busta e chinandosi a raccoglierlo diventano il simbolo del progressivo impoverimento del paese. Oppure candid camera, stile Iene molto povere, con “politica pentita” che va in giro per gioiellerie coi soldi del partito. In un altro programma un’inviata va in giro per le strade della Capitale sventolando un cartello. C’è scritto: “Loro rubano, e tu che fai?”. La gente risponde: “In galera devono andare”, “Sai cosa sto aspettando io, la ghigliottina a piazza Venezia, amore”, “Io l’ammazzerei, ma fidate che prima o poi qualcuno invece di darsi fuoco una schioppettata a loro gliela dà”, “io? io lavoro”. Stiamo tornando al ’92, vent’anni dopo, dicono tutti. In realtà, è molto peggio, dice chi se lo ricorda. Qui si ruba per comandare e si comanda per rubare. La gente non sa “per che” e “per chi” votare. Le campane del nuovismo e quelle del moralismo avevano già risuonato vent’anni fa.

Nelle intercettazioni giudiziarie, i mafiosi delle ‘ndrine disprezzano “‘sti politici di merda” come un qualunque italiano della strada, “piccoli e grandi, sono uno peggio dell’altro”. Come tanti di noi, anche loro non distinguono, accorciano, vanno veloci, mettono tutti nel mucchio degli “zombies” o dei “rottamati”, senza andare tanto per le lunghe. Solo che i mafiosi tanto più disprezzano e tanto più comprano: “le corna sue” dicono mentre si fregano le mani. E poi: “Cirù, conta questi soldi”. E sicuramente pure i cittadini che per 50 euro si vendono il loro voto, una volta usciti dal seggio, si mettono in tasca la banconota dal malavitoso e filano al bar a parlare male dei politici che sono tutti ladri. Le piazze sono vuote come negozi, la protesta è affidata solo agli operai sulle cime delle torri o degli altoforni, agli insegnanti precari, agli studenti che possono permettersi di saltare un giorno di scuola. Pure gli scioperi sono una guerra tra poveri, con gli impiegati e le colf aggrappati all’ultimo autobus in partenza, mentre gli sportelli si chiudono in faccia senza riguardo. L’indignazione è una merce da discount: la compri a basso prezzo ma deperisce facilmente.

L’inviato, intanto, è sempre lì in piazza col microfono, la folla urlante alle sue spalle da tenere sott’occhio: ogni due indignati deve esserci un esagitato vero, magari una casalinga che con un metaforico mattarello in mano urli al colpevole consigliere regionale ospite in studio, appena pescato dai giudici con le mani nella marmellata: “A busciardooo, fai schifooo, vergognateeee”. In genere tra la folla è presente anche un tipo indignato ma ragionevole, che rivolgerebbe anche domande sensate e vorrebbe risposte, in genere si tratta di un professore delle medie o del segretario del Comune, ma sta relegato nella terza o quarta fila, il microfono non gli arriva. Poi c’è sempre un esagitato vero che si butta sul microfono e urla: “Io ho vent’anni, non ho un lavoro e voi siete dei politici di merda!”. L’intervistatore allora allontana il microfono, lo rimprovera perché “Ragazzi, a tutto c’è un limite” ma al tempo stesso fingendo di allontanarlo lo terrà a portata di mano, perché sa bene che il giovane ha appena fatto il picco d’ascolto della serata. Alla fine uno si chiede: tutti quelli che urlano in televisione, prima non li inquadravano o prima non urlavano?

Luca Di Ciaccio • 15 ottobre 2012


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