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Il sorriso di Petrolio

Il sorriso sulla sua bocca ormai era una smorfia di mancata rassegnazione, sulla sua faccia ridotta a una maschera di livore. La voce suadente ora sembrava infelice come una merce scaduta. Il respiro affannato, la palpebra sinistra ferma, la voce proiettata su quel fondale di fregi d’oro e broccati rossi, così fastoso e lontano dai cieli azzurri e cartonati d’un tempo. Pagine finali di un romanzo che  non vuole finire. Consummation est, dicevano gli antichi. Fin troppo, in fondo, è durato il suo incantesimo. I commentatori più scafati non temono di sollevare il dubbio: ma conviene a Silvio Berlusconi mostrarsi ancora al pubblico come lo si è visto in questi ultimi giorni? Mentre vedevo queste ultime impietose immagini – la tv che egli aveva utilizzato per consacrarsi ora lo dissacra, più di mille sentenze negative e di altrettante contraddizioni politiche – mi tornavano in mente le prime immagini, quelle della sua discesa in campo, di un tempo telegenico e prodigioso a cui molti credettero ciecamente.

Lì il suo sorriso rifulgeva. A rivedere quelle foto mi tornava in mente una pagina di Pasolini, la scrisse per il suo “progetto di romanzo”, anche per lui un ultimo romanzo, un libro postumo che sarà intitolato Petrolio. Pasolini lo scriveva chiuso in una torre medievale, a Chia, nella provincia viterbese, con un senso di rabbia e di impotenza, e vi affollava curiose predizioni. E’ come se quella pagina fosse rimasta lì, aperta, per tutto il tempo. Vi viene descritto un sorriso, un eterno sorriso italiano. Il sorriso di un imprenditore. Un imprenditore milanese che aveva un fratello a cui intestava un gran numero di società (la ramificazione più importante del suo impero). Uno che “non avanzava, accumulava. Non saliva, si espandeva”. Per l’ironia che a volte hanno anche i profeti, questo imprenditore si chiamava Troya.

“Sarebbe per me troppo lungo seguire tutta la lenta storia (due decenni) di questa accumulazione” scriveva Pasolini, sottolineando però che alla base del suo impero c’era “un patto lombardo-veneto (sia pure con qualche tenebrosa radice meridionale)” Il sorriso di questo imprenditore è il sorriso stereotipato di un uomo pubblico, di uno costretto a sorridere. Ma non è un sorriso rassicurante, splendente, radioso, “tanto comune tra gli uomini pubblici”. Il sorriso di cui parlava Pasolini è “un sorriso di complicità, quasi ammiccante: è decisamente un sorriso colpevole. Con esso Troya pare voler dire a chi lo guarda che lui lo sa bene che chi lo guarda lo considera un uomo abbietto e ambizioso, capace di tutto, assolutamente privo di un punto debole, malgrado quella sua aria da ex collegiale povero e da leccapiedi da sagrestia. (…) Infine questo sorriso esprimeva anche un altro messaggio, che è un messaggio essenziale, indispensabile e direi quasi sacro in Italia: Troya, cioè, sorridendo furbescamente, voleva far sapere ininterrottamente, senza soluzione di continuità, e a tutti che egli era furbo. Quindi che lo si lasciasse andare, per carità, che lui ‘sapeva certe cose’, ‘aveva certi affari urgenti d’importanza nazionale’ (che un giorno o l’altro si sarebbero saputi), che lui era così abile e diciamo pure ‘strisciante’ da cavarsela sempre nel migliore dei modi e nell’interesse di tutti. Naturalmente, essendo un sorriso di complicità, era anche un sorriso mendico: mendicava cioè compassione sulla sua manifesta colpevolezza”. Non fece in tempo a sapere, neppure lui, cosa sarebbe successo dopo quel sorriso, il giorno in cui si fosse tramutato in una smorfia di rabbia, il segno che non c’era più nulla da ridere nemmeno per noi, o il presagio di altri sorrisi cui affidarsi.

Luca Di Ciaccio • 29 ottobre 2012


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