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A secco nell’alluvione gaetana

In questi momenti sui miei social cosi è tutta un’annunciazione di docce, un’emozione di bagnoschiuma, un’esultanza di chiare e fresche e dolci acque (no, aspetta: molti si lamentano che dal rubinetto esce ancora marrone, “però meglio di niente” aggiungono). Sono i miei amici e conoscenti del paesone gaetano, appena reduci da circa 48 ore di rubinetti a secco. Chi c’è capitato (generalmente in estate, generalmente a sud) sa cosa significa: la mancanza d’acqua è una di quelle esperienze che ti fa rivalutare la civiltà in cui sei immerso e quanto valore si nasconda dietro gesti quotidiani che diamo per scontati, come aprire un rubinetto o tirare uno sciacquone. Se fossi un regista visionario adesso farei una grande panoramica dall’alto, e da ogni finestra, da ogni balcone, da ogni uscio su un vicolo il rumore dell’acqua che scroscia dalle docce, tutte aperte all’unisono, con gente che fischietta e vapori di saponi e bollicine di shampoo, per levarsi l’inevitabile “cuozzo” come diciamo dalle nostre parti.

Poche ore fa un mio amico su Facebook raccontava che era andato di notte alla cisterna a caricarsi due taniche d’acqua, “quando gli hunger games erano ormai finiti e la gente con gli imbuti e i cartoni se ne era andata”, e una volta lavato e profumato di lavanda si immaginava come un privilegiato, che la gente guardava bramando la sua acqua ma senza poterla avere, “ed io sono il tipo malvagio con i viveri e le munizioni, che fa una morte orrenda ai tre quarti del film”. Altri amici, nei commenti, gli minacciavano un assalto a casa per le ultime scorte rimaste, al grido assai di moda “noi siamo il 99 per cento”. Un altra amica offriva qualunque prezzo per una doccia e si sentiva proporre “50 euro ma solo con me dentro e con totale libertà di movimento”. Il mio ex vicino di casa cercava volontari che lo aiutassero (no, non il sindaco, quello abita ancora lì e aveva la sua unità di crisi, un altro che invece ora abita in campagna, e l’altro giorno l’ho ritrovato a TgCom che mostrava la sua casa distrutta dal fango, “è stato un attimo” diceva). Un altro postava le foto di una bottiglia d’acqua Egeria marchiata Protezione Civile e con la data di scadenza di due mesi addietro. Un altro denunciava lo sciacallaggio di alcuni negozianti che vendevano a prezzo maggiorato bottiglie d’acqua e taniche. “Vi prego, fatemi fare una doccia, non chiedo tanto, sto impazzendo” era uno delle tante urla di dolore. E’ solo un po’ di elettricità e di confort potabili che ci separa dall’essere lupi e, appunto, homo homini lupus, ne sono certo. Una saggia minoranza si interroga sul tempismo con cui i gestori privati o presunti tali (ma non c’era stato un referendum?) di Acqualatina avessero deciso un aumento delle bollette proprio due giorni fa.

E’ questione, come per ogni cosa, di manutenzione. La nostra civiltà, le nostre sicurezze, le nostre buone maniere sono come quegli inoffensivi torrenti di campagna che l’altra sera abbiamo visto esondare e portare distruzione e morte. Basta poco perché il delicato equilibrio che abbiamo messo in piedi, e che ci illudiamo essere una fortezza, crolli: come un castello di carte, come l’aplomb borghese di fronte a una tanica d’acqua da dividersi, come una casa costruita sul ciglio di una fiumana infida. Sarebbe bastata un po’ di manutenzione, anche in questo caso: montare delle paratie antiallagamento e sistemare un po’ più in alto le centraline elettriche di un impianto idrico da cui dipendono decine di migliaia di persone, pulire dai detriti e dalle erbacce un fossato di campagna che alla prima pioggia forte diventa un fiume in piena in grado di travolgere e annegare qualche malcapitato, piantare qualche albero lungo le pendici dei monti per evitare che l’acqua ci piombi addosso precipitando lungo pendici glabre, cose così. C’è chi campa sull’emergenza, si mette un cappello in testa e comincia a dare ordini, oppure chi lo fa rinfacciando colpe e rimpallando responsabilità, come bambini di fronte al latte versato. La manutenzione non è il nostro forte. I torrenti inoffensivi sotto casa ci possono franare addosso come i risparmi di una vita o come il progresso a cui s’era sempre creduto, o come la democrazia quando si inceppa. Quelli a cui dovremmo chiederne conto poi, fanno gli scongiuri, come il sindaco di Formia che sentivo poco fa in tv dire che “in fondo dalle nostre parti c’è spesso bel tempo”, certe coscienze non si allagano mai.

Luca Di Ciaccio • 2 novembre 2012


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