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Foto da una catastrofe

Una spiaggia spazzata dal vento. Il bianco del mare e il marrone umido della sabbia e il grigio della foschia che avvolge i palazzi sullo sfondo, tutto polverizzato, come già ridotto in pixel per la bufera in arrivo, che sarà fortissima, epocale, che già fa impazzire i media e fa impazzire le persona comuni, ognuno già da tempo ormai media di se stesso, e quindi dritto in piedi in mezzo agli altri su quella spiaggia oceanica spazzata dal vento, col giaccone a vento e soprattutto con la macchina fotografica in mano, o magari con lo smartphone puntato,  che in fondo i megapixel sono gli stessi e forse più e la condivisione – amici e parenti e followers – ancora più immediata.  Non è detto che ci si abitui alla catastrofi ma ci si abitua sempre di più alle foto delle catastrofi, ormai un genere a sè stante, coi suoi canoni estetici, le sue regole, la sua audience. Campanili scheggiati dal terremoto, palazzi che lasciano intravedere interni arredati dietro pareti crollate, volti incorniciati da mani e lacrime, onde che si infrangono con potenza devastatrice, pali della luce abbattuti in controluce, silhouette di poliziotti o pompieri che arginano un pericolo, semafori penzolanti, auto che galleggiano solitarie o in gruppo, uomini che tirano corde.

Ogni catastrofe, spiace dirlo, ha il suo lato fotogenico. Misuriamo lo stupore di fronte a una natura che è (anche) violenta, di una violenza improvvisa, incoercibile. E misuriamo lo scrupolo, sempre più frequente, di sentirci anche noi in fondo corresponsabili di quella violenza. Scattare una foto è un souvenir (“io c’ero”) ma anche un esorcismo (“io non ci sono rimasto”), come quelli che si mettono in posa sorridenti e con la manina a fare ciao di fronte al relitto della nave naufraga, e come quelli che si mettono un metro più in là a fotografare quelli che si fanno fotografare. Alterniamo la rimozione totale, da urbanizzati che credono di avere addomesticato per sempre il mondo, di averlo imprigionato in un tablet o in un cruscotto d’auto, a una visione idealizzata, estetica, contemplativa delle cose che succedono, comprese le catastrofi, compresa la possibilità di rimanerne vittime. A questo pensavo, prima di passare oltre in un clic, guardando questa foto dell’uragano Sandy, scattata sulla spiaggia newyorkese di Coney Island.

Luca Di Ciaccio • 5 novembre 2012


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